Da Treviso a Opicina: l'Anpi e i fanti ricordano cinque antifascisti fucilati

Domenica la cerimonia di commemorazione dei cinque partigiani sloveni che nel dicembre del 1941 vennero fucilati per ordine del Tribunale Speciale fascista

Un momento della commemorazione

Oltre 400 persone si sono radunate a Opicina (TS) nell'area dell'ex poligono dove nel dicembre del 1941 cinque partigiani sloveni vennero fucilati per ordine del Tribunale Speciale fascista. La grande affluenza alla cerimonia, dove sono intervenuti i vertici dell'Anpi e il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, è seguita al blitz notturno del partito neofascista CasaPound che, nella notte tra il 13 e 14 dicembre, aveva affisso decine di manifesti in diverse località del Carso definendo i cinque antifascisti "terroristi" e rivendicando l'azione attraverso una nota stampa. 

L'azione legale contro CasaPound

Durante la tradizionale commemorazione, accompagnata dal coro partigiano Pinko Tomažić, sia i vertici dell'Anpi, che lo stesso sindaco di Trieste, hanno condannato apertamente il gesto del partito della tartaruga. L'Anp ha confermato la notizia di voler intraprendere "un'azione legale contro CasaPound". Inoltre, l'associazione dei partigiani ha annunciato la preparazione di un dossier su CasaPound per denunciarne "l'apologia del fascismo". 

"Condanno il gesto di CasaPound"

"Condanno il gesto di CasaPound - ha affermato Dipiazza - perché io sono per la pacificazione di queste terre, in un percorso che abbiamo iniziato molto tempo fa" questo il messaggio del sindaco di Trieste che durante il suo discorso, ha rivolto un messaggio a Dušan Kalc, presidente della sezione Anpi di Opicina. "Questa è la risposta della gente, se CasaPound non avesse affisso quei manifesti non sarebbe stata così numerosa". Parole che hanno prodotto più di qualche, seppur breve, fischio di contestazione. 

L'appello di Livio Sirovich

All'evento si è visto anche l'ex sindaco Roberto Cosolini, il primo cittadino di San Dorligo della Valle/Dolina Sandi Klun, la senatrice Tatjana Rojc, oltre al presidente onorario dell'Assostampa Luciano Ceschia e lo scrittore Livio Sirovich. Proprio quest'ultimo ha lanciato un appello in merito ad una ricerca storica alla base di un libro in fase di stesura. Sirovich ha rivelato di essere in possesso di alcune rivelazioni su un macabro modus operandi da parte del fascismo nei confronti di alcuni sloveni condannati dal Tribunale Speciale. 

Il modus operandi

Dopo la fucilazione infatti, secondo quanto raccontato dall'autore del celebre libro "Cime irredente", i fascisti sarebbero stati soliti ad intingere alcuni fazzoletti nel sangue delle vittime, come pure dei pezzi di corda utilizzati per legare i polsi dei condannati. Queste corde sarebbero finite, alla stregua di amuleti, al collo degli stessi presunti responsabili. Ulteriormente, alcuni processi nel 1930 e nel 1941 sarebbero stati "aperti" ai civili "desiderosi" di partecipare alle esecuzioni. Una storia che ha dell'incredibile, come sottolineato dallo stesso Sirovich, ma che secondo lo scrittore "trova conferma in una sentenza della fine della guerra a carico di un personaggio molto particolare, il primo traduttore di Kafka in Italia ed emigrato in Canada nel 1948". 

"Giuseppe Menassè, il mangiatore di sterco"

"Si chiamava Giuseppe Menassè - ha spiegato Sirovich - il quale, nell'estate del 1945 si era intruffolato tra gli antifascisti. Conosceva il medico Bruno Pincherle, intellettuale antifascista molto conosciuto il quale, quando lo doveva ritrarlo nelle sue caricature, lo faceva intento a mangiare dello sterco. Questo perché Pincherle aveva capito che Menassè aveva avuto un passato vergognosissimo". "Al processo - ha concluso Sirovich - conclusosi nel 1948, venne dimostrato che alla fine della fucilazione del 1930, il Menassè era andato vicino agli uccisi, aveva intinto un fazzoletto nel loro sangue, aveva tagliato un pezzo della corda che legava i polsi di una delle vittime, e lo aveva intinto nel sangue per farsene un amuleto. Questo è dimostrato con sentenza definitiva del Tribunale di Trieste, dopo la quale il Menassè emigrò in Canada e di lui non si seppe più niente". I cinque antifascisti fucilati vennero successivamente sepolti in gran segreto a Villorba. Una rappresentanza dell'associazione dei fanti della località trevigiana è intervenuta alla cerimonia, assieme anche alla sezione locale dell'Anpi. 

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