Felice Maniero chiede scusa alla famiglia di Cristina Pavesi

In onda sul Nove l'intervista durata quasi due ore. Il boss della Mala del Brenta ripercorre la sua carriera criminale e dà la sua lettura degli ambienti malavitosi

Felice Maniero intervistato da Roberto Saviano assume a tratti il ruolo del pacato analista. I temi sono quelli in cui è specializzato, dopo decenni di attività criminale: la legalizzazione delle droghe, il rapporto tra la malavita organizzata e lo Stato, l'impatto della corruzione nell'economia. Lui le conosce dall'interno, queste cose: è stato il capo della prima mafia originaria del Nord, la Mala del Brenta. Una mafia ricchissima con centinaia di membri, che ha fatto rapine, terrorizzato l'intera regione, trafficato droga. Quasi tutti i componenti, circa 500 in totale, sono stati arrestati grazie proprio alle dichiarazioni di Maniero. «Sì, temo che possano vendicarsi - rivela allo scrittore - Se possono lo faranno. Ma io non mi farò trovare».L'ex boss ha ripercorso la sua storia in un'intervista tv andata in onda su Nove, all'interno del programma "Kings of crime".

Una storia diventata leggenda. «Oggi non sarebbe più possibile, non ci sono più le condizioni sociali per fare rinascere la Mala. Ci vorrebbe una persona che si fa spazio, con la furbizia di 2 milioni di volpi», dice. All'epoca ci erano riusciti pochi giovanissimi "pischelli", che nel giro di poco tempo, a partire dalla metà degli anni Settanta, arrivarono a comandare tutta la regione. Prima i furtarelli, formaggi, caffè, pellame. Poi le rapine, sempre più grosse e spregiudicate. Gioielli, lingotti, opere d'arte. Il controllo sul gioco d'azzardo, non solo in Veneto ma anche a Modena e in Jugoslavia. Infine lo smercio di droga, cocaina, eroina. I soldi arrivavano a fiumi, «non sapevo come spenderli, una volta ho comprato una Ferrari e l'ho distrutta quasi subito». «Con la droga non avremmo mai voluto avere a che fare - spiega - Abbiamo iniziato quando sono arrivati i siciliani, i camorristi a venderla. Abbiamo capito che non era possibile non farlo noi, altrimenti loro avrebbero preso il mercato e li avremmo avuti in casa. Oggi la droga è l'unica fonte di reddito delle mafie, per loro la liberalizzazione sarebbe una ghigliottina. Quelli le rapine non le sanno fare».

Un viaggio attraverso crimini, pericoli, tragedie. Maniero ricorda l'adrenalina. Le fughe dalle carceri di massima sicurezza, le vittime innocenti, le mazzette a uomini in divisa e giudici. Le armi acquistate da Tudjman, figlio del presidente della Croazia («Avevamo bazooka e lanciagranate, eravamo pronti a usarle. Ero preparato all'evenienza di una guerra con le mafie»); le latitanze all'estero, le donne, gli omicidi. Pentito? «Se potessi tornare indietro non lo rifarei. Ma non so cos'altro avrei potuto fare, sono uno fuori dagli schemi. Faccio adesso, in diretta, le scuse alla zia di Cristina. Non so se le accetterà, gliele chiedo umilmente». Cristina Pavesi è morta durante uno degli assalti della Mala. Era studentessa universitaria e aveva 22 anni quando, il 13 dicembre 1990, perse la vita sul Bologna-Venezia, all'altezza di Vigonza, a causa di una carica di tritolo che era stata piazzata su un altro treno dalla banda di Maniero. L'obiettivo erano i soldi contenuti nel vagone postale.

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