Allarme credito alle imprese: «Ulteriore stretta da parte del sistema bancario»

Il credito totale alle imprese nel 2019 è stato di 722,7 contro i 744,2 miliardi di euro del 2018. Grido d'allarme lanciato dagli artigiani e dalle piccole imprese trevigiane

Per gli artigiani e le micro imprese non c’è credito, è una vera e propria emergenza. È quanto si rileva dal recente rapporto annuale di Fedart, l’associazione di rappresentanza dei consorzi di garanzia del settore dell’artigianato. Il trend del primo semestre 2019 indica meno 21,5 miliardi di euro di credito erogato rispetto l’anno precedente. Il credito totale alle imprese nel 2019 è stato di 722,7 contro i 744,2 miliardi di euro del 2018. Dal 2011 al 2019 le imprese italiane si sono viste erogare  270 miliardi di euro di credito in meno. Il dato sembra evidenziare quindi il fallimento del mercato del credito e l’inefficiente allocazione dello stesso al sistema economico.

A TREVISO: L’OSSERVATORIO DEL CONFIDI DI CNA

«La tendenza si conferma anche a livello trevigiano – denuncia Rudy Bortoluzzi, direttore del confidi di CNA Canova -. In attesa dei dati ufficiali di Banca Italia per il 2019, dall’osservatorio del nostro Confidi assistiamo da un lato ad un rallentamento delle richieste di finanziamento da parte delle aziende, a causa del clima generale di incertezza e di stagnazione economica, dall’altro a una ulteriore stretta da parte del sistema del credito: aumentano sensibilmente le pratiche respinte, i tempi di approvazione delle richieste di finanziamento si dilatano ormai a un paio di mesi, e gli importi erogati sono tendenzialmente inferiori a quelli richiesti dalle imprese».

L’ANALISI

La crescita zero registrata nel 2018 nel nostro Paese, andato tecnicamente in recessione per diversi trimestri successivi, sta facendo sentire ora i suoi effetti sull’economia italiana. Arresto dell’economia tedesca e più in generale mondiale, politica dei dazi tra Stati Uniti e Cina, il clima generale di incertezza hanno messo un freno alla voglia di investire delle imprese. Quelle che invece vogliono investire, in particolare i giovani e i neoimprenditori, si trovano sempre più spesso le porte chiuse dalle banche. Perché? La minore disponibilità delle banche a erogare finanziamenti alle imprese deriva da regole sempre più stringenti imposte al sistema bancario dalle disposizioni di Basilea, che impongono maggiori accantonamenti di patrimonio a fronte dei rischi assunti, e maggiori svalutazioni sulle posizioni deteriorate. Perciò, in questo momento storico, gli istituti di credito preferiscono acquistare titoli di stato, per i quali non è richiesto accantonamento alcuno, piuttosto che finanziare le imprese. C’è inoltre un problema di costi che il sistema bancario si trova a dover sostenere: se il costo del denaro è inferiore al 2% e i costi fissi delle banche sono superiori a quella percentuale è evidente che le banche vanno in tensione e chiudono i rubinetti alle imprese. In questa situazione già di grande difficoltà, sono in arrivo le disposizioni del nuovo codice sulla crisi di impresa che imporrà alle imprese di dotarsi di un adeguato assetto organizzativo e amministrativo in grado di anticipare l’emergere di stati di insolvenza attraverso degli indicatori di allerta, che non sempre sono adattabili alle realtà delle micro imprese artigiane. Il timore è che le banche possano utilizzare quei parametri per stabilire se un’impresa è meritevole o meno di credito. Il rischio è che vi possa essere una ulteriore contrazione di liquidità per i più piccoli.    

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LA PROPOSTA

«In questa fase  il ruolo dei confidi ritorna strategico per supportare le aziende non solo per avere condizioni agevolate di accesso al credito ma per poter accedere anche semplicemente al credito - spiega Rudy Bortoluzzi - E si conferma strategico il ruolo delle associazioni di categoria nell’informare le imprese circa i cambiamenti in atto e nell’affiancarle nelle scelte operative con assistenza e consulenza specializzata». Ma anche altri soggetti devono fare la loro parte: il governo, mettendo in campo politiche antirecessive e di sviluppo; le imprese stesse che devono investire nella loro capitalizzazione; le banche che devono puntare, anche attraverso le opportunità che offrono le innovazioni digitali, a una riorganizzazione che abbatta i costi operativi. 

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