"Finché c'è Prosecco c'è speranza": record di presenze all'incontro con gli autori

In occasione della serata conclusiva del "Cartacarbone Festival", lo scrittore Fulvio Ervas e il regista Antonio Padovan hanno presentato al pubblico il film in uscita il 31 ottobre

Il regista Antonio Padovan e lo scrittore Fulvio Ervas

SALGAREDA Non poteva esserci conclusione migliore per la quarta edizione di “CartaCarbone Festival” che, nella serata di venerdì 20 ottobre, ha registrato l’ennesimo pienone di spettatori per l’incontro con lo scrittore Fulvio Ervas e il regista Antonio Padovan, autori rispettivamente del libro e del film “Finché c’è Prosecco c’è speranza”.

Per la speciale presentazione in anteprima, non poteva esserci cornice più adatta dell’azienda agricola Vigna Dogarina (main sponsor del festival letterario), nella frazione di Arzeri a Salgareda. Dalle ore 20.30 in avanti i due protagonisti della serata si sono alternati al microfono per raccontare al pubblico la genesi, lo sviluppo e i retroscena di uno dei film italiani più interessanti di questa stagione. Una commedia poliziesca che unisce le atmosfere dei romanzi gialli alle splendide ambientazioni della provincia di Treviso. "L’idea di trarre un film dal libro di Ervas è nata una sera del 2015 in uno speciale club del libro per sole donne a Santa Lucia di Piave" raccontano divertiti i due autori. All’epoca il regista Antonio Padovan, nato a Conegliano ma trasferitosi ormai da dodici anni a New York, era appena tornato in Italia per una breve visita a parenti e amici. Su consiglio di un familiare aveva acquistato il libro di Ervas e, dopo averlo letto in pochi giorni, se ne era appassionato a tal punto da decidere di farne un film. Venuto a conoscenza del fatto che lo scrittore avrebbe tenuto una presentazione dell'opera proprio in quei giorni a Santa Lucia di Piave, Padovan si è recato al club del libro di sole donne e ha chiesto allo scrittore di poter adattare sul grande schermo la sua opera. Da quel giorno, tra i due, è iniziata una lunga collaborazione, dapprima con lunghe videochiamate Skype e successivamente con numerosi incontri di persona per definire i dettagli dell’opera. Nell’autunno del 2016 si sono svolte le riprese vere e proprie: Treviso, Venezia e le colline del Prosecco sono state le location principali. Svelano però gli autori: "Rispetto al libro, il film presenterà due grandi differenze: uno dei personaggi principali che nell’opera di Ervas viveva a Bassano del Grappa è stato trasferito a Venezia, inoltre se l'ambientazione originaria del libro era a Cison di Valmarino, il film si svolgerà nel paese immaginario di Col San Giusto, creato unendo le riprese di vari comuni delle colline trevigiane: da Revine Lago a Farra di Soligo. Tra le tante curiosità di “Finché c’è Prosecco c’è speranza”, anche quella di essere uno dei pochi film italiani a non aver ricevuto sovvenzioni pubbliche o statali in fase produttiva. Tantissimi i privati della zona che hanno però voluto dare il loro contributo alla realizzazione del film, finanziato dalla casa produttrice indipendente “Parthénos”. Dopo essere stato proiettato in anteprima mondiale a Cape Town (in Sudafrica) e in Giappone, il lungometraggio sarà presentato in anteprima per il pubblico italiano al Multisala George Melies di Conegliano nella serata di mercoledì 25 ottobre. Cinque giorni dopo, lunedì 30 ottobre, il film verrà proiettato alla Festa del Cinema di Roma e dal 31 ottobre uscirà in tutte le sale d’Italia. In occasione dell’incontro a Salgareda, abbiamo colto l’occasione per rivolgere alcune domande al regista. A questo link invece potete vedere il trailer ufficiale.

- “Finché c’è Prosecco c’è speranza” uscirà in sala la notte di Halloween, data in cui era ambientato il suo primo cortometraggio girato in America, “Jack Attack”. Quali sono state le ragioni che l’hanno spinta a lasciare la terra in cui era nato?

Devo ammettere che non mi sono mai ritenuto un fervente patriottico. Sono orgoglioso di essere originario di questa terra ma quando avevo vent’anni il desiderio del sogno americano e di provare a costruirmi una vita lontano dalle mie radici è stato più forte di ogni cosa. Mi sono stabilito a New York dodici anni fa e ho iniziato a lavorare per uno studio di architettura. Mi piaceva: la città era fantastica e l’ambiente di lavoro stimolante e creativo ma dentro di me sentivo che non era ancora ciò di cui avevo bisogno. Coltivando da anni la passione per il cinema ho deciso di iscrivermi a un corso di regia in America. La mia grande fortuna è stata quella di aver trovato un datore di lavoro allo studio di architettura che ha continuato a pagarmi lo stipendio anche durante le mie lezioni di cinema e i mesi trascorsi a fare pratica dietro la macchina da presa. Ho iniziato girando due cortometraggi horror “Jack Attack” ed “Eveless”, presentati entrambi in tantissimi festival cinematografici in giro per il mondo. A quel punto ho abbandonato il lavoro allo studio di architettura e mi sono dedicato a tempo pieno all’attività di regista. E’ una grande soddisfazione però aver girato il mio primo lungometraggio nella terra in cui sono nato.

- Quali sono stati gli aneddoti più curiosi avvenuti durante la lavorazione del film?

Di sicuro un aneddoto molto divertente è legato alla prima scena girata a Treviso. Volevo omaggiare il maestro Pietro Germi, ricreando la sequenza iniziale del film “Signore & Signori” con quella spettacolare ripresa in Piazza dei Signori, stracolma di piccioni. Purtroppo, dopo i provvedimenti presi dall’ex sindaco Gentilini, di piccioni a Treviso ne sono rimasti davvero pochi così abbiamo dovuto farne arrivare 24 esemplari da un allevatore di Reggio Emilia. Il problema è che questi volatili, appena liberati dalle gabbie, tendono subito a volare verso casa. Quando abbiamo provato la prima scena, i piccioni sono stati liberati ma sono volati nella direzione opposta alla macchina da presa. Un’inquadratura da buttare. Il secondo tentativo è andato meglio, peccato che i piccioni fossero rimasti solo dodici. Un omaggio sghembo, ma fatto con il cuore a un grande maestro del cinema italiano. Inoltre, i produttori volevano che cambiassi la battuta che c'è nel trailer "Andiamo a berci uno spritz?" con "Andiamo a berci un Prosecco?" Ho rifiutato categoricamente, lo spritz non si tocca.

- In un'epoca di referendum e candidature a patrimonio dell'Unesco, quali sono stati gli aspetti principali su cui ha voluto incentrare un film così profondamente radicato al territorio della Marca trevigiana?

Quando stavo per iniziare le riprese del film, ormai un anno fa, mi sono accorto che dopo essere stato per tanto tempo negli Stati Uniti, quando tornavo a Treviso guardavo tutto con gli occhi meravigliati del turista. E' così che ho scoperto e deciso di valorizzare una serie di ambientazioni che molti trevigiani nati qui danno ormai per scontate, nonostante la loro incredibile bellezza. Abbiamo fatto vedere il film finito ad alcune comparse che vivono nelle zone in cui abbiamo girato e in molti hanno fatto fatica a riconoscere luoghi che si trovavano a pochi chilometri di distanza dalla loro casa. La prima sfida è stata dunque quella di usare il mio nuovo sguardo di "turista autoctono" per valorizzare la Marca trevigiana. Il secondo aspetto a cui ho dato una grande importanza è stata la scelta del cast. Giuseppe Battiston ha insistito molto per interpretare il ruolo principale dell'ispettore Stucchi ma io inizialmente avevo pensato di scritturarlo per un ruolo che è stato poi assegnato al grande caratterista Teo Celio. Entrambe le scelte si sono rivelate azzeccate e oggi sono molto orgoglioso anche delle splendide interpretazioni degli attori non protagonisti. Sono loro il vero valore aggiunto della storia.

- Ora che il film è pronto per uscire nelle sale, che cosa porterà con sé negli Stati Uniti di quest'esperienza?

Di sicuro porterò con me i volti e le storie di tanti nuovi amici, conosciuti in due anni indimenticabili, a partire proprio da Fulvio Ervas. Tornare alle origini mi ha fatto capire quanto questo territorio non sia solo splendido da un punto di vista storico e paesaggistico, ma anche quanto importanti siano le persone che lo abitano. E' grazie alla loro presenza che il Veneto si trasforma in una terra unica e impareggiabile. Oltre a questo però devo ammettere che a New York porterò anche tutti i chili che ho preso mangiando qui in Veneto. Penso di essere l'unico italiano che riesce a dimagrire mangiando i piatti della cucina americana. Visti i risultati finali però non mi lamento certo per qualche chilo in più, anzi, direi che ne è valsa proprio la pena.

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