Bancarotta milionaria alla Dal Ben Tre: in aula la verità del "commercialista pentito"

Per il buco da 11 milioni di euro nelle casse della storica azienda d'abbigliamento di Monastier è imputato Paolo Signifredi, 51enne di Parma legato alla 'ndrangheta curtese

MONASTIER Torna in aula il crac della Dal Ben Tre. Dopo i patteggiamenti a tre anni e due mesi di reclusione dell'ex titolare Pierluigi Dal Ben e della 69enne di San Biagio di Callata Cosima Gigantiello, collaboratrice storica dell’imprenditore di Monastier e ritenuta dagli inquirenti l’architetto contabile del default, si è aperto il procedimento penale a carico di Paolo Signifredi, il 51enne di Parma considerato legato alla 'ndrangheta curtese e ora inserito in un programma di protezione per collaboratori di giustizia.

Di fronte ai giudici del Tribunale di Treviso, accusato di bancarotta fraudolenta e documentale per il buco da 11 milioni di euro nelle casse della notissima azienda di abbigliamento di Monastier dichiarata fallita il 4 giugno del 2014, il commercialista pentito ha raccontato la propria verità, sostenendo di essere stato “assunto” come liquidatore ma di non aver mai preso una decisione in qualità di amministratore.

“Avevamo un accordo, dovevo ricevere un compenso ma alla fine non ho mai preso un solo euro dalla Neblad, ex Dal Ben Tre – ha dichiarato Signifredi - Sono stato presentato a Pierluigi Dal Ben nel novembre 2013, quando sono stato nominato amministratore. Delle scritture contabili però io non conosco nulla. So che la società perdeva 20 mila euro al mese e il mio compito era quello di vendere per rientrare dei debiti. Dovevamo ricavare milioni e milioni di euro da un outlet a San Donà di Piave, da un immobile a Bologna e da altre proprietà di Dal Ben. La parte più consistente erano le licenze regionali per negozi superiori ai 4 mila metri quadri per circa 6-7 milioni di euro”.

I tre (Dal Ben, Gigantiello e Signifredi) erano stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Treviso nel novembre 2015. Il curatore fallimentare, spulciando i bilanci dell'azienda e analizzando l'inventario del magazzino, avrebbe notato una serie di irregolarità che, nei fatti, avrebbe danneggiato i creditori della società fallita: i "beni" della Neblad sarebbero stati utilizzati per avviare una nuova società, che per circa due anni avrebbe operato nella stessa sede della ditta fallita vendendo la stessa tipologia di prodotto. Patrimonio che, invece, avrebbe dovuto essere messo a disposizione dei creditori della Neblad.

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