Boom di malati di Alzheimer, solo in Veneto ce ne sono 67 mila

Numeri molto alti anche per quanto riguarda il territorio dell'Ulss 8 nel territorio di Asolo, dove ci sarebbero 400 nuovi casi di malati

Si stimano 67mila malati di Alzheimer in Veneto. Nell’Ulss 8 sono oltre 400 i nuovi casi di malati di demenza all’anno. La maggior parte di essi soffre di Alzheimer, una patologia in costante aumento in tutto il mondo. L'Ambulatorio Alzheimer di Montebelluna assieme a quello di Valdobbiadene, solo nel 2012 ha effettuato 2125 visite e 1590 controlli in pazienti con demenza.

Nel 2000 in Italia è stato avviato il Progetto Cronos, che istituiva le UVA (Unità Valutative Alzheimer) distribuite in tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di creare una rete di centri di riferimento specialistici, orientata alla individuazione, diagnosi e cura dei malati di demenza. Sicuramente molto è stato fatto, anche se l’integrazione tra terapia ed assistenza globale non è stata sufficiente, ricadendo sulle famiglie il maggior onere assistenziale. Di fronte anche al prevedibile aumento del numero dei malati nei prossimi decenni, vi è dunque la necessità di un miglior coordinamento di ricerca, cura ed assistenza.

MENINGITE BATTERIA, PROFILASSI ALL'ULSS 8

Nasce da qui il convegno “Alzheimer e demenze correlate, 10 anni di attività: esperienze multispecialistiche a confronto” rivolto ad infermieri, medici di medicina generale e medici ospedalieri in programma per sabato 7 settembre, dalle 8.30 nella sala convegni dell'ospedale San Valentino di Montebelluna. Organizzato dalla Geriatria - Lungodegenza riabilitativa di Montebelluna, diretta dal dottor Emanuele Rizzo, con la collaborazione di Luisa Vedovotto, responsabile dell'Ambulatorio Alzheimer, con il patrocinio dell'Associazione Alzheimer di Riese Pio X, in prima linea nell'assistenza dei malati di demenza, il convegno propone un aggiornamento sulla malattia sia dal punto di vista clinico-diagnostico che etico-assistenziale. Interverranno, infatti, numerosi specialisti (dal geriatra, al neuropsicologo, al medico di medicina generale, al neurologo, al farmacista) tutti coinvolti nella gestione del paziente con demenza.

“La partita principale – spiega il dottor Emanuele Rizzo – consiste nella diagnosi precoce. E' dimostrato che quanto prima avviene la diagnosi, tanto maggiori sono le possibilità di ritardare la perdita di autonomia del paziente e la sua istituzionalizzazione. Per questo ai primi campanelli dall'allarme (perdita di memoria e breve termine, stato depressivo, perdita di interessi, perdita di orientamento) è bene rivolgersi al medico di medicina generale per uno screening preliminare che, se positivo, invierà il paziente all'Unità valutativa Ambulatorio Alzheimer denominato oggi anche Cdc, Centro disturbi cognitivi”.

Qui viene effettuata una prima valutazione clinica che, secondo un itinerario logico e sequenziale, accerta o meno la presenza di demenza. Viene quindi stilato un report finale con la conclusione diagnostica, il piano terapeutico e le informazioni utili (periodicità dei controlli, supporto psicologico, centri sollievo, accesso ai benefici economici di legge. etc.), che ritorna al medico curante. Il secondo tema riguarda la terapia per la quale stanno avanzando delle novità. “La terapia per il trattamento dell'Alzheimer è attualmente di tipo sintomatico e punta a ritardare la progressione della malattia - sottolinea il dottor Emanuele Rizzo - . La ricerca ha però avuto negli ultimi anni una accelerazione rilevante ed oggi la teoria più accreditata individua l’accumulo di amiloide tra le cause dell'Alzheimer per cui sta cercando di mettere a punto di farmaci in grado di eliminare la concentrazione di amiloide. Una definizione come “amiloidosi cerebrale”, farebbe molto meno paura di “malattia di Alzheimer” e quando avremo traccianti per l’amiloide e farmaci contro di essa, saremo autorizzati ad abbandonare la classica definizione e, a distanza di più di un secolo, Alzheimer potrà riposare in pace!”. Infine, nel corso del convegno verrà anche sottolineato con forza il bisogno di una gestione complessiva del malato, perché non vi sia solo un prescrizione di farmaci, ma un “prendersi cura globale” basato su un piano assistenziale organizzato in reti socio-sanitarie, che garantisca una continuità assistenziale ed affronti anche implicazioni etiche ed economico-finanziarie.

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