Accusato ingiustamente di stupro finì in cella: scatta il maxi risarcimento dello Stato

A 15 anni di distanza dall'arresto e a tre dalla sentenza di primo grado di piena assoluzione H.D., cittadino albanese oggi 37enne, si è visto assegnare una somma di 45mila euro

Il carcere di Santa Bona

Oltre 45 mila euro per 181 giorni trascorsi da innocente dietro alle sbarre del carcere trevigiano di Santa Bona dove era entrato in custodia cautelare con l'accusa di essere uno stupratore. Il protagonista di questa vicenda, infatti, con la storia di prostitute dell'est comprate, vendute e violentate dai loro "papponi" in cui era rimasto invischiato ma non c'entrava nulla e a 15 anni di distanza dall'arresto e a tre dalla sentenza di primo grado di piena assoluzione H.D., cittadino albanese oggi 37enne, si è visto riconoscere un risarcimento per ingiusta detenzione di circa 8mila per ogni mese che ha passato rinchiuso in cella.

Il provvedimento della Corte d'Appello di Venezia con accoglie la richiesta di risarcimento presentata dal difensore è stato depositato lo scorso 1 agosto. L'uomo venne  incarcerato, rinviato a giudizio e finì a processo ma come rilevato nella sentenza di primo grado dei giudici del Tribunale di Treviso che nel luglio del 2016 lo assolsero con formula piena da tutte le accuse "nessun elemento a suo carico è emerso nel corso dell'istruttoria dibattimentale". Mancavano completamente, si legge nel dispositivo, "le dichiarazioni della persona che, secondo il capo di imputazione, sarebbe stata la vittima del presunto stupro". In buona sostanza, scrissero i giudici Vettoruzzo, Bianco e Sartorio, non c'era niente che potesse collegarlo a quei fatti. Nella requisitoria finale fu la stessa pubblica accusa a chiedere la sua assoluzione, però con la formula della insufficienza della prova; H.D. venne invece scagionato con una sentenza di assoluzione piena per non aver commesso il fatto.

Le motivazioni della decisione sul risarcimento, a cui si sono opposte la Procura generale e l'avvocatura distrettuale dello Stato in rappresentanza del Ministero dell'economia, portano a concludere per l'approssimazione delle indagini. "Dalla sentenza assolutoria di primo grado - illustrano i giudici della seconda sezione penale Carlo Citterio, Antonella Galli e Barbara Lancieri - emergeva un proscioglimento dovuto al fatto che il pubblico ministero non avesse introdotto in giudizio alcuna prova pertinente". H.D. aveva però subito qualche anno prima una condanna per possesso di armi e frequentava un gruppo di connazionali tra cui alcune persone entrate ma poi anche uscite dalle indagini. Quella condanna, peraltro sospesa, sarebbe stata per gli inquirenti uno dei "significativi riscontri alle dichiarazioni della donna", cioè la ragazza che lo aveva accusato di stupro. Dichiarazioni che però non compaiono da nessuna parte negli atti del processo.

La vicenda in cui l'uomo è rimasto invischiato risale al 2004 e ha a che fare con una "tratta" di ragazze provenienti da paesi dell'Est Europa. Tutto ruotava intorno al locale notturno "Sibilla" di Cornuda e il suo gestore, Marcello De Marchi. Le indagini appurarono che le giovani straniere venivano assunte dal night club come ballerine ma subito veniva detto loro che, per guadagnare di più, avrebbero dovuto accettare anche le richieste di rapporti sessuali da parte dei clienti. Dei tre finiti a processo a Treviso - oltre ad H.D. c'era un altro albanese, pure lui assolto perché solo "omonimo" di uno degli sfruttatori e violentatori - De Marchi fu l'unico a essere condannato. Prese 7 anni di carcere per lo stupro, quello sì provato, a una ragazza albanese che era riluttante a prostituirsi.

H.D. in effetti ammise di aver frequentato il "Sibilla" e di aver conosciuto lì la sua accusatrice, con cui aveva iniziato una relazione poi conclusasi perché lei continuava a fare "la vita". La giovane invece avrebbe raccontato di essere stata passata di mano al giovane, che l'avrebbe costretta a battere lungo il Terraglio e anche violentata. La verità è che nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, spiegano i giudici dell'appello "la donna parla solo in termini generali della sua esperienza di costrizione allo sfruttamento senza però fare riferimenti specifici ad H.D."."L'ordinanza cautelare - si legge nel dispositivo depositato ad inizio agosto - non aiuta nel tentativo di ricostruzione. Il provvedimento indica come imputazioni lo sfruttamento della prostituzione e la violenza sessuale, mentre H.D. viene processato solo per quest'ultima". I giudici di secondo grado aggiungono che sempre nell'ordinanza di custodia cautelare i riscontri "non riguardano specificamente i rapporti tra la vittima e H.D.". L'uomo finì in carcere per un errore nelle indagini. Ed ora deve essere risarcito.

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