Fatture false, tra gli indagati spunto il nome del broker Flavio Casagrande

L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli e condotta dalle fiamme gialle, ha portato fino all'arresto di una persona e all'emissione di misure cautelari interdittive per gli altri cinque indagati

A condurre l'indagine sono state le fiamme gialle

C'è anche il nome di Flavio Casagrande, 53enne broker finanziario di Vittorio Veneto ma residente a Londra, tra quelli delle sei persone indagate dalla Procura di Treviso per un giro di false fatture per oltre 20 milioni di euro legato ai crac della Safla di Conegliano (attiva nel settore della logistica) e della Promobusiness di Treviso. L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Massimo De Bortoli, ha portato fino ad oggi all'arresto di una persona e all'emissione di misure cautelari interdittive per gli altri 5, tra cui anche Casagrande. Ma il numero delle persone coinvolte nella truffa ai danni del Fisco sarebbe destinato ad aumentare.

A finire in manette invece un manager opitergino, pure lui residente nella capitale britannica, costituitosi la settimana scorsa e accusato di essere a capo della gigantesca macchinazione con cui Safla e Promobusiness, nell'ambito di attività legate alla commercializzazione di plastiche e polimeri, sarebbero state caricate di debiti, soprattutto con l'Erario, spolpate e poi mandate al fallimento tra il 2015 e il 2016. Secondo le indagini tuttora in corso l'uomo avrebbe attivato un meccanismo con cui, grazie all'evasione dell'Iva, sarebbe stato possibile ingenerare enormi profitti. Alla guida di un vero e proprio network di una decina di aziende, per lo più di diritto britannico e con la sede nel sud dell'Inghilterra, il 45enne aveva messo in piedi una catena di passaggi commerciali fittizi; il primo passo era quello di far muovere le merci all'interno degli Stati dell'Unione Europea, sfruttando l'esenzione Iva, poi una volta entrata nel territorio italiano la mercanzia veniva trasferita alla Safla e alla Promobussiness, che a loro volta la rivendevano a prezzi di mercato alle "cartiere". Queste successivamente la rimettevano sul mercato ma sottocosto.

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L'acquirente finale, sempre una società che sarebbe stata controllata dall'organizzazione con a capo il 45enne, avrebbe acquisito beni di alto valore a prezzi stracciati e quindi pagando una Iva molto ridotta. Il grosso dell'imposta sul valore aggiunto finiva invece sulle spalle delle due società fallite, che però, tra il 2012 e il 2015, non hanno mai pagato l'Erario, accumulando un enorme debito con lo Stato. Un deficit di bilancio aggravato anche da una serie di costi per prestazioni che la Procura di Treviso ritiene fittizie: fatture, che si ritengono false, saldate a diverse società del 45enne per importi di svariate centinaia di migliaia di euro per servizi mai ricevuti. Per questi fatti l'ipotesi di reato è di bancarotta fraudolenta per distrazione.

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