Chiude attività, dopo 3 anni Equitalia gli chiede 3,6 milioni di euro

Cartella esattoriale da capogiro per un giovane di Collalto, allevatore di galline, che aveva avviato la propria attività a Porcia (PN)

Una storia che ha dell'incredibile quella che vede protagonista un giovane imprenditore di Collalto. A tre anni dalla cessazione della sua attività si è visto recapitare a casa una cartella esattoriale da 3,6 milioni di euro.

La vicenda, complessa, è ora seguita da Federcontribuenti e, se non fosse tragica per l'imprenditore, potrebbe sembrare una commedia degli equivoci all'italiana.

IL CONTROLLO DELLA FINANZA - L'uomo aveva avviato a Porcia (PN) nel 2001, un allevamento di galline ovaiole, chiuso nel giro di tre anni, Nel periodo di attività, però, la guardia di finanza ha avviato un’indagine nei confronti di grosse società nel settore con le quali l’imprenditore aveva rapporti clientelari. Con il tempo l'inchiesta si era estesa a tutte le società collaboratrici, quindi anche a quella del trevigiano, che nel 2004 ha visto sequestrati i documenti relativi alla sua situazione fiscale.

Poco dopo l’uomo ha deciso di cessare la sua attività e comunicato alle fiamme gialle il suo nuovo domicilio fiscale, recapito i finanzieri hanno successivamente utilizzato per comunicargli la restituzione della documentazione contabile prima sequestrata. Da quel momento il silenzio.

LA CARTELLA - Il durissimo colpo per l'imprenditore è arrivato nel 2008, quando il postino gli ha recapitato una raccomandata da parte di Equitalia che gli chiedeva 3,6 milioni di euro. Non poteva che trattarsi di un errore e l'uomo si è rivolto a un professionista. Mancavano però gli “avvisi di accertamento”, documentazione che precede l’invio della cartella esattoriale di Equitalia. Che fine avevano fatto? Il mistero viene presto svelato: gli avvisi erano stati spediti a Porcia, al vecchio indirizzo dell’azienda, e non al nuovo recapito comunicato alla finanza.

Al commercialista dell'imprenditore non è rimasto che presentare ricorso alla commissione tributaria chiedendo, l’impugnazione dei procedimenti perché mai giunti all’attenzione del cliente. Ma la commissione si è limitata a osservare che gli avvisi erano stati inviati nel luogo corretto, quello riportato nella dichiarazione dei redditi, quindi l'imprenditore era tenuto a pagare la multa astronomica.

Al dramma, però, si è aggiunta la sfortuna: il commercialista che seguiva l’imprenditore è morto improvvisamente e il trevigiano si è ritrovato con le mani legate, in quanto assoldare un legale era per lui una spesa insostenibile.

L'INTERVENTO DI FEDERCONTRIBUENTI - Solo diversi anni dopo il malcapitato ha trovato un canale di interlocuzione, attraverso l’intervento dell’avvocato Alessandra Cadalt, delegata di Federcontribuenti a Treviso, che ora segue il caso.

Il caso è complesso, soprattutto ora che sono scaduti tutti i termini di ricorso dalla sentenza della commissione tributaria - spiega l’avvocato Cadalt - L’unica cosa che ci restava da fare era quella di parlare con L’Agenzia delle Entrate e Equitalia per trovare una soluzione al problema. Equitalia ci ha rinviato all’Agenzia delle Entrate e, quest’ultima, dopo averci chiesto (a marzo) di inviare una nota scritta per presentare il caso, non ci ha più dato alcuna notizia”.

Secondo il legale il nocciolo del problema sta nello scambio di contabilità da parte della guardia di finanza: da contabilità semplificata, da sempre usata dal trevigiano, a contabilità commerciale adotta dai finanzieri che avrebbero così concorso alla creazione di una presunta evasione fiscale in realtà mai operata dall’imprenditore.

“Una situazione che si sarebbe potuta sanare immediatamente se l’Agenzia delle Entrate avesse inviato la documentazione al corretto indirizzo, ma ora sembra troppo tardi”, conclude l’avvocato.

"Un caso che mostra tutti i problemi della burocrazia italiana: inchieste interminabili, documentazione inviata in modo errato, impossibilità di conciliazione, sistema giudiziario accessibile solo a chi può permetterselo - commenta Marco Paccagnella, presidente di Federcontribuenti - Io credo che non sia necessario giudicare quanto accaduto: nessuno di noi può pensare che l’uomo sia in torto o che abbia agito in modo da eludere il fisco. Ma, ugualmente, sarà costretto a pagare a vita errori di cui lui non ha la totale responsabilità".

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"Ora quell’uomo ha un lavoro part-time e le sue possibilità economiche saranno eternamente compromesse. Ma non solo: il suo debito sarà l’eredita del figlio. Davvero qualcuno si chiede se una situazione del genere possa essere davvero tollerata o commentata? - si chiede concludendo Paccagnella - Io non credo”.

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