Mattia Tindaci, parlano i genitori: «Basta bugie, ci dicano dove sono le foto dell'incidente»

La mancanza di immagini della scena della strage è solo uno dei tanti punti oscuri di una vicenda che, a quattordici anni dalla morte dei tre ragazzi, sembra ancora lontana dalla soluzione. Lorenza e Giorgio Tindaci in un'intervista esclusiva raccontano il loro calvario

Mattia Tindaci (foto pubblicata per gentile concessione della famiglia, diritti riservati, vietata la riproduzione)

Se per ricostruire e arrivare alla verità rispetto a una vicenda, partire dall’inizio è indispensabile, per raccontare questa intervista, forse è meglio cominciare dalla fine. Perché la signora Lorenza Mazzotti e il signor Giorgio Tindaci, rispettivamente madre e padre di Mattia Tindaci, di parlare di fronte a una telecamera avrebbero volentieri fatto a meno. Hanno sempre evitato stampa e riflettori, ma vogliono la verità, non hanno scelta che esporsi. Un prezzo alto da chiedere a una famiglia che quattordici anni fa ha tragicamente ha perso un figlio e che oggi si trova costretta a doverlo difendere in aula di tribunale.

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«E’ vero, è uno sforzo essere qui di fronte a una telecamera, ne avremmo fatto volentieri a meno ma prevale il senso di verità. Quattordici anni sono una enormità»: risponde mamma Lorenza. E’ più di un’ora che parliamo e sappiamo bene che è costato tanto ad entrambi sottoporsi a tante domande e soprattutto rivivere insieme quella drammatica notte. «Eravamo con la mamma di Alessandro Faltinelli in auto io e mio marito e dopo aver fatto il giro degli ospedali abbiamo ritrovato Mattia in obitorio».

Come avete saputo della morte di vostro figlio? «La sera del 5 aprile 2005, insieme alla mamma di Alessandro Faltinelli, abbiamo visto un auto della polizia arrivare di corsa e fermarsi di fronte casa della famiglia De Leo, proprio di fronte la nostra. Ci siamo chiesti cosa fosse successo e ci siamo avvicinate per sincerarsi dell'accaduto, così poco dopo abbiamo sentito dire, direttamente dall’interessato, il professor De Leo, che suo figlio diciassettenne, Vittorio, era morto alla guida di un auto a Riese Pio X, in provincia di Treviso. Una notizia, ci si renderà conto, sconvolgente».

Prende un attimo fiato e poi riprende a raccontare, la signora Lorenza: «Mentre ci stavamo chiedendo sconvolti come poteva essere successo un fatto del genere, ci siamo cominciati a domandare dove fossero nostro figlio Mattia e Alessandro. Estremamente angosciati, io, mio marito e sua madre, abbiamo cominciato a chiamarli ma i telefoni non erano raggiungibili così siamo andati in tutti gli ospedali della provincia di Treviso a cercarli. A Montebelluna, a Treviso, poi alla fine siamo andati all’obitorio di Castelfranco e lì, mio marito Giorgio, ha scoperto che Mattia era morto».

Quel giorno sono tre i giovani padovani a perdere la vita: Mattia Tindaci, diciottenne, e i fratelli Nicola e Vittorio De Leo, rispettivamente di 18 e 17 anni. L’auto si schiantò contro un albero: Mattia, Vittorio e Nicola morirono sul colpo. Rimasero feriti altri due amici che si trovavano in auto con loro: Alessandro Faltinelli, che resterà in coma per qualche giorno e Francesca Volpe, figlia di un magistrato veneziano e di un medico, che è la proprietaria dell’auto e l'unica provvista di patente. Mattia aveva invece solo il foglio rosa. Francesca nel processo civile disse di aver lasciato il volante a Mattia, anche se la prova del Dna sulla cintura di sicurezza ha escluso che il giovane Tindaci fosse alla guida. Faltinelli ha sempre dichiarato di non ricordare nulla.

Al momento di un incidente, figuriamoci se di tale gravità, vengono immediatamente scattate delle foto che però, come abbiamo raccontato, sono misteriosamente scomparse. Papà Giorgio, che ascolta in silenzio la moglie, la questione delle foto non l’ha proprio digerita anche perché a dicembre del 2019 il pubblico ministero Gabriella Cama, ha chiesto l’archiviazione delle indagini della polizia stradale, proprio perché a suo giudizio non è emerso nulla di particolarmente probante. Ma il padre di Mattia, Giorgio Tindaci, ha una registrazione dove si sente un agente della polizia stradale dire che le fotografie sono andate perse o distrutte e chiede sia allegata agli atti. Quella registrazione ce la fa sentire. Perché non fare la prova decisiva, si chiedono quindi i genitori di Mattia, per stabilire la verità? Perché non cercare le foto o stabilire chi ha voluto che non si trovassero più? Sono alcune delle domande, lecite, alle quali da quattordici anni non si riesce a dare risposta. O forse non si vuole.

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