Evasione fiscale, Fabio Biasuzzi condannato: «Costretto dalla crisi»

La sentenza: la mancanza dell'elemento soggettivo (l'imprenditore non voleva evadere ma si è trovato costretto a non versare) è stata accolta per quanto riguarda l'Iva ma non per le ritenute d'acconto

Fabio Biasuzzi

Oltre tre milioni di evasione, tra Iva e ritenute d'acconto dei dipendenti. Erano queste le accuse per le quali è finito a processo Fabio Biasuzzi, il 69enne rappresentante legale del gruppo Biasuzzi di Paese nei cui confronti stamattina, lunedì, il pubblico ministero, a chiusura del dibattimento, aveva chiesto una condanna a 10 mesi di reclusione e che a in aula, assistito dal legale di fiducia, l'avvocato Piero Barolo, si era difeso sostenendo di non aver potuto saldare i conti con il fisco a causa della crisi. La sentenza emessa dal giudice Umberto Donà è di quelle che faranno discutere: la mancanza dell'elemento soggettivo (cioè Biasuzzi non voleva evadere ma si è trovato costretto a non versare) è stata accolta per quanto riguarda l'Iva ma non per le ritenute d'acconto. E così se sul primo versante è arrivata una assoluzione per non aver commesso il fatto, sul secondo è piovuta una condanna a 1 anno e tre mesi di reclusione, 5 mesi in più di quelli chiesti dall'accusa.

«E' una sentenza che non comprendo -ha commentato dopo la lettura del dispositivo l'avvocato Barolo- le circostanze che hanno portato ai mancati versamenti, peraltro in parte sanati attraverso la rateizzazione che è ancora in corso, sono le stesse. Non si capisce come possano valere per l'Iva e non per le mancate ritenute». Il giudice ha imboccato quindi solo a metà la strada segnata da altre pronunce, sia in primo che in secondo grado, in cui sempre più spesso la "crisi"e non la volontà di essere un evasore viene considerata la causa scatenante di arretrati con l'erario portando di frequente all'assoluzione. I fatti addebitati a Biasuzzi, nei confronti è stata anche disposta la confisca di beni per quasi un milione e mezzo (l'equivalente dell'evasione delle ritenute) si riferiscono agli anni di imposta tra il 2013 e il 2015. In quel triennio  la Biasuzzi Cave di Paese e la Bieffe (società del gruppo) avrebbero evaso 1 milione e 600 mila euro di Iva e 1 milione e e 400 mila euro di tenute d'acconto.

Per la difesa la causa fu la crisi dell'edilizia, che colpì il 45% del settore in Veneto facendo crollare i fatturati del gruppo che da 12 aziende passò, tra chiusure e e fallimenti, ad una compagine di sole tre società, registrando anche un calo dell'occupazione di oltre il 60%. Le difficoltà economiche portarono poi la Biasuzzi a vedersi chiudere buona parte dei rubinetti del credito bancario con in più la beffa di pile e pile di insoluti da clienti che non pagavano più. "E infatti - ha rimarcato l'avvocato Barolo in udienza - la presunta evasione dell'Iva corrisponde proprio a quanto non versato dai clienti, una situazione resa ancora più grave dal fatto che molte aziende con cui la Biasuzzi aveva rapporti finirono in concordato e quindi non pagarono più l'Iva relativa alle fatture". Per risolvere la situazione Biasuzzi, che ha proceduto ad una ricapitalizzazione delle sue società, aveva chiesto e ottenuto la rateizzazione del debito con il fisco, accendendo anche un mutuo personale. "Per questa ragione - ha insistito Barolo - non capisco la confisca perché parte di quel debito è già stata saldata". Per comprendere il ragionamento del giudice, che ha emesso la sentenza dopo una lunga camera di consiglio, bisognerà attendere i 90 giorni che dovranno trascorrere tra oggi e il deposito delle motivazioni.

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