Insulti e botte alla moglie, incubo finito: 35enne condannato

Due anni e due mesi di reclusione (in abbreviato) per maltrattamenti, lesioni aggravate e violenza privata, nei confronti di un cittadino albanese residente a Silea

Ancora un caso di maltrattamenti nella Marca

Una lunga storia di maltrattamenti e vessazioni psicologiche terminata solo quando la vittima ha deciso di sporgere denuncia. Stamattina l'epilogo giudiziario: due anni e due mesi di reclusione (in abbreviato) per maltrattamenti, lesioni aggravate e violenza privata, una sentenza di poco meno severa dei tre anni chiesti dalla pubblica accusa. A essere condannato un cittadino albanese 35enne, residente a Silea. Lui "l'uomo nero" che ha trasformato nove anni della vita della moglie in un incubo senza fine, fatto di insulti ma soprattutto di botte.

La vicenda era iniziata nel 2009 ed è  approdata in tribunale quando, nel 2018, la donna ha deciso di presentare querela nei confronti del coniuge, allontanato dall'abitazione familiare e poi rinviato a giudizio. Capolinea di questa triste storia il giorno, nel novembre dell'anno scorso, in cui  l'uomo  in preda all'ira ha picchiato i fratelli della moglie, chiamati dalla sorella che li aveva supplicati di arrivare a casa sua mentre il marito la stavo pestando. Il 35enne non solo li ha preso a pugni ma poi, afferrato un coltello da cucina, li ha inseguiti riscendo anche a colpire uno di loro, ferito in maniera non grave alla spalla.

Nei racconti della vittima il terrore di quasi un decennio di calci, pugni, sberle e umiliazioni. Scene di violenza consumatesi in casa come anche in mezzo alla strada, come quando al parco di Musano il 35enne avrebbe aggredito la donna a calci davanti a decine di testimoni per strapparle dalle braccia la figlioletta di soli 5 anni. Il pubblico ministero Daniela Brunetti, oltre ai fatti più recenti, aveva imputato all'uomo, difeso dall'avvocato Paolo Bottoli, anche quanto era successo proprio a partire dal 2009. Tra i vari episodi  la circostanza in cui l'albanese, infuriato, aveva gettato del thé caldo addosso alla donna, colpendo con il liquido bollente anche l'altra figlia, che stava in grembo alla mamma. «Fatti non riconducibili ad un disegno di maltrattamenti ma avvenimenti sporadici, spesso provocati dall'eccesso di alcol»: ha detto il difensore nella sua arringa conclusiva. Una tesi che però non ha convinto il gup. Il legale del 35enne ha annunciato ricorso in appello.

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