La famiglia Tindaci dopo lo choc della sentenza: «Vogliamo la verità»

«Oltre alla delusione per una sentenza che naturalmente non ci aspettavamo, certa stampa locale, prosegue a ricostruire la notte del 5 aprile citando fatti che proprio i procedimenti giudiziari hanno già chiarito non essere avvenuti come è stato riportato»

Mattia Tindaci

La famiglia Tindaci, alla lettura della sentenza del tribunale di Treviso non ci voleva credere, è stato un ulteriore choc. Sentire, il 10 aprile scorso, che alla guida, quel maledetto 5 aprile del 2005, quando tre giovani studenti padovani, Nicola e Vittorio De Leo e Mattia Tindaci, tutti tra 17 e 19 anni, perdono la vita in un incidente, ci fosse ancora il figlio Mattia, è stato durissimo. E' stata proprio la famiglia Tindaci a promuovere il ricorso in secondo grado. Amareggiati ma mai arrendevoli, i genitori di Mattia, Lorenza Mazzotti e Giorgio Tindaci, hanno poi, oltre alla senteza, subito un ulteriore colpo.  Alcuna stampa locale infatti, nel riportare il verdetto a loro sfavorevole, ha messo in fila una serie di fatti che anche i processi hanno già smentito che però di fatto cambiano in maniera netta lo scenario di quella notte.  

Racconta il padre di Mattia: «Leggere ancora certe cose ci ha evidentemente amaraggiati. Oltre alla delusione per una sentenza che naturalmente non ci aspettavamo, abbiamo dovuto ritrovare poi, su certa stampa locale, una serie di ricostruzioni della notte del 5 aprile che proprio i procedimenti giudiziari hanno già chiarito non essere avvenuti come è stato riportato». Entriamo nel dettaglio, ci spieghi cosa avete letto riportato che anche i processi hanno già smentito?: «Non c’era un lago i sangue - spiega Giorgio Tindaci - all’interno dell’auto, ma solo la presenza di due tracce ematiche. Una sulla cintura del guidatore e un’altra nella parte posteriore del sedile del guidatore».

La perizio sul Dna, richiesta dal Pm del processo penale ed eseguita nel gennaio 2006, certifica, con foto e rilievi, la presenza di sole due tracce di sangue all'interno dell'auto, una sulla cintura di sicurezza del guidatore e un'altra sulla parte posteriore. Queste tracce ematiche non appartenevano a Mattia Tindaci. «Una perizia di parte, poi, eseguita - lo sottolinea il papà di Mattia - da uno dei più noti genetisti italiani, dichiara che le tracce di sangue sono di due maschi diversi ed imparentati tra loro.Tutto questo è presente agli atti sin dal 2006 sia nel procedimento penale sia nei primi due gradi di giudizio civile». 

Poi c’è la vicenda delle foto scomparse: «Le foto dell’incidente c’erano eccome, è prassi quella di fotografare le scene degli incidenti. Oltre all'agente che le ha scattate lo ha dichiarato anche un altro poliziotto, che addirittura le aveva stampate. Poi misteriosamente scompaiono, anzi distrutte per fare posto in archivio. Un altro poliziotto fa anche il nome del suo superiore, che secondo lui sarebbe il presunto responsabile della distruzione. C’è anche una registrazione audio del novembre 2017 che lo testimonia. Questa dichiarazione è agli atti processuali ed è  stata rilasciata nel 2013 durante il primo grado del processo civile».

I genitori di Mattia sono decisi a non fermarsi ma non nascondono che certi resconti hanno ferito ancora una famiglia che di dolore ne sta vivendo, da quel 5 aprile 2005, già abbastanza: «Sono fatti talmente evidenti che non è possibile raccontarli in altro modo che così, partendo dalle certezze, che ci sono. Scegliere invece di tornare proprio su quei particolari, che sono quelli che già sono stati chiariti, è qualcosa che non ci spieghiamo». C'è una critica a certi media, inutile nascondersi: «Non capiamo - spiega ancora Giorgio Tindaci - perché certa stampa invece di contribuire a dare una mano a ricostruire la verità di quanto accaduto, va proprio nella direzione contraria, quasi a voler depistare o scoraggiare che questa emerga».

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