Schianto mortale a Riese nel 2005: «Esame del dna per scoprire chi guidava»

Per chiudere un giallo che continua ormai da oltre 14 anni la famiglia di uno delle vittime, Mattia Tindaci, chiede alla Procura di Treviso di procedere all'esame come avvenuto di recente per un caso analogo nelle Marche

Mattia Tindaci

Se il principio della legge uguale per tutti è sempre valido, un caso di cronaca di questi giorni, con due elementi analoghi alla vicenda che la famiglia Tindaci sta subendo da 14 anni, anche in sede giudiziale, sta facendo sempre più vacillare la fiducia verso la giustizia dei genitori di Mattia. Ed è soprattutto il comportamento della Procura che ha la competenza su questo nuovo caso, quella di Ancona, che provoca ancora una volta sconcerto ai Tindaci. Quella Procura infatti sta facendo esattamente ciò che sempre chiedono anche loro, a quella di Treviso, senza però essere ascoltati.

La famiglia Tindaci al momento è ancora in attesa di avere a disposizione le motivazioni della sentenza dei giudici della quarta sezione civile della corte d’Appello di Venezia, che ha confermato la sentenza emessa in primo grado. Anche in questo caso, il tribunale ha stabilito, lo ha fatto mercoledì 10 aprile, che alla guida del veicolo ci fosse Mattia, nonostante i dubbi sollevati dalla famiglia Tindaci. Una vicenda giudiziaria che dura da quasi 14 anni e si trascina il dolore di due famiglie padovane. Da una parte i genitori di Mattia Tindaci, dall’altra quella di Nicola e Vittorio De Leo. I ragazzi, tutti tra i 17 e i 19 anni, sono morti tragicamente la notte del 5 aprile 2005 a Riese Pio X, a Treviso. L’auto in cui si trovavano insieme ad altri due amici si schiantò contro un albero: Mattia, Vittorio e Nicola morirono sul colpo. Rimasero feriti altri due amici che si trovavano in auto con loro: Francesca Volpe, proprietaria della macchina e unica maggiorenne con la patente, e Alessandro Faltinelli.

E i dubbi sono davvero tanti su quanto davvero sia accaduto quella notte. C’è soprattutto una domanda, però, tra le tante, che li tormenta ogni giorno e che i genitori di Mattia si fanno da troppo tempo: perché non si procede con l’esame del Dna per stabilire chi davvero fosse alla guida? Perché non lo si fa? Questo dubbio nella famiglia si alimenta invece che andare via via affievolendosi. E ora più che mai, vista la vicenda che andiamo a raccontare. Una storia che arriva dalle Marche, una vicenda di questi giorni. 

Alle 16 del 24 giugno a Pesaro, la dottoressa Loredana Buscemi, dell’istituto di medicina legale di Ancona, si è presentata presso una carrozzeria della frazione di Villa Fastiggi dove si trova una Mazda bianca dentro la quale il 9 giugno una persona ha perso la vita e una quasi. La Mazda si è andata a schiantare contro un’altra auto causando la morte di altre tre persone. Nell’immediato si è riconosciuto come conducente dell’auto un giovane, Marco. Dagli esami si scopre poi che il giovane aveva assunto sostanze stupefacenti. E alcool. I genitori del ragazzo però non ci hanno visto giusto e hanno subito ravvisato delle stranezze. Il giovane infatti è un diciassettenne, non ha neppure la patente. Delle immagini di alcune telecamere sembrerebbero dare ragione ai genitori e dimostrare che alla guida non ci fosse lui. Chi ha fatto i rilievi nell’auto non ha trovato un solo corpo, all’interno. Infatti dei due giovani seduti davanti, una è stata sbalzata fuori dal veicolo nell’impatto, Silvia, che è morta sul colpo, mentre Marco è riuscito a uscire dall’auto dopo lo scontro, anche se malconcio. Poco dopo ha perso i sensi, arrivati i soccorsi è stato portato in ospedale. Quando si è svegliato, dopo qualche giorno, ha negato con decisione che alla guida ci fosse lui.

Come stabilire quindi chi era alla guida? Con l’esame del Dna, che è stato prelevato in virtù delle macchie di sangue rinvenute all’interno. Per la procura di Ancona è stato chiaro da subito che c'era bisogno di questo tipo di informazione per stabilire con certezza cosa fosse successo la sera del 9 giugno, nel pesarese. Se da una parte, per la famiglia di Mattia, essere venuti a conoscenza di questa notizia ha acceso in loro qualche speranza in più che la giustizia un giorno possa arrivare, dall'altra cresce l'insofferenza per una scelta, quella di non fare l'esame del Dna. 

La famiglia Tindaci, che sulla pagina Fb è molto più attiva di prima di qualche tempo fa, segno evidente che sono tutto fuorché rassegnati di avere un giorno giustizia nel senso completo del termine, si è detta vicina alla famiglia di Mauro Guerra. Il padre di Mattia, Giorgio, non ha usato mezzi termini definendo quello accaduto a Carmignano di Sant'Urbano, un omicidio. Se una delle grandi questioni irrisolte del Paese è la giustizia, questi due casi che coinvolgono due famiglie padovane sono più che emblematici. 

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