I tentacoli della 'Ndrangheta in Veneto, clan disarticolato dai carabinieri

Venti perquisizioni e sette misure di custodia cautelare, cinque delle quali in carcere. Nel mirino degli inquirenti anche un imprenditore veneziano nel settore nautico

L'operazione dei carabinieri

Il modus operandi è parso sin dal principio di chiara impostazione mafiosa. Estorsioni, violenze e minacce, trasferimenti fraudolenti di valori, incendi, minacce e tentate frodi processuali. Nelle prime ore di martedì, i carabinieri del Ros, supportati dai comandi provinciali di Venezia, Verona, Vicenza, Treviso, Ancona, Genova e Crotone, hanno eseguito 20 perquisizioni e 7 provvedimenti cautelari, di cui 5 in carcere e 2 ai domiciliari, a carico di 15 persone. Focus dell'indagine è stata la famiglia cutrese dei Multari, legata alla cosca della 'ndrina Grande Aracri di Cutro e composta dai fratelli Carmine, Fortunato, Domenico e dai figli di quest'ultimo, Antonio e Alberto. Tra gli arrestati figura anche un imprenditore veneziano impegnato nel ramo della nautica.

Sono stati due i principali tronconi d'indagine, avviati nel 2017 dalla Procura distrettuale antimafia di Venezia, che hanno portato alla disarticolazione della famiglia Multari. Il primo filone è relativo alla procedura di vendita all'asta di due abitazioni oggetto di procedura fallimentare, intestate a Domenico Multari. In entrambe le circostanze le aste sono andate deserte, anche per le intimidazioni e minacce ai pubblici ufficiali incaricati di far visionare gli immobili ad acquirenti interessati. I Multari avevano così terreno fertile per riacquistarli a prezzo stracciato, intestando i beni a corrèi o prestanome.

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Il secondo troncone è partito invece dall'incendio del "Terry", yacht ormeggiato in Sardegna, nel porto di Alghero (Sassari). Il natante era stato venduto da un imprenditore del settore nautico veneziano con gravi vizi strutturali e divenuto quindi oggetto di contenzioso con l'acquirente. Il venditore, per non consentire l'esecuzione delle perizie del caso sul natante, avrebbe dato mandato ad un malavitoso calabrese, affiliato alla cosca, di incendiarlo. Dopo un primo tentativo, che aveva portato solo parzialmente alla sua distruzione, l'intervento dei carabinieri del Ros aveva impedito la reiterazione del reato. A questi episodi, si aggiunge tutta una serie di singole dinamiche, a volte senza alcuna rilevanza penale, che hanno permesso agli inquirenti di ravvisare «un chiaro modus agendi di stampo mafioso».

L'operazione, come specificato dal procuratore, «ha permesso di evidenziare per la prima volta da un punto di vista giudiziario, la presenza in Veneto di un gruppo criminale di origine calabrese, legato da vincoli familiari radicatosi in Veneto e responsabile da gravi reati, commessi con le modalità tipicamente mafiose». Al contempo, gli inquirenti hanno potuto constatare che imprenditori e privati cittadini erano pienamente consapevoli dello spessore criminale della famiglia Multari, e specialmente di Domenico, che se ne vantava pubblicamente per assoggettare psicologicamente i propri interlocutori. Erano gli stessi cittadini a rivolgersi a lui in alcuni casi, per risolvere ogni tipo di problematica economica e privata, preferendolo alle autorità statali.

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