Assemblea Aprolav: i dati parlano di un calo di produttori del latte del 93% in soli 30 anni

"Ben venga la novità dell'etichetta che indica l'origine geografica del latte anche nei prodotti lattiero-caseari", lo afferma la parlamentare del M5S Silvia Benedetti

TREVISO "Ben venga l’etichetta che indica l’origine geografica del latte anche nei prodotti lattiero-caseari. Speriamo che però si riveli più trasparente dell’operato del Governo in materia di tutela dell’agroalimentare made in Italy”. Lo afferma in una nota la parlamentare del M5S Silvia Benedetti. “Non mi spiego quali siano i criteri della politica di sviluppo seguita dal Governo Renzi e dal ministro delle Politiche Agricole, Martina, che oggi si fa promotore di una misura, quale appunto quella dell’etichetta trasparente, bocciata più volte in Aula e nelle Commissione competenti. Non mi spiego il comportamento dei deputati del Pd che dicono una cosa e molto spesso ne fanno un’altra. Un esempio tra tutti, l’emendamento del M5S alla proposta di legge ‘anti-contraffazione’, bocciato alla Camera lo scorso marzo, che chiedeva di introdurre proprio l’indicazione di origine per i prodotti derivati dal latte sull’esempio di quanto fatto in Francia. Il M5S – prosegue Benedetti - chiede infatti ormai da oltre tre anni con numerosi atti parlamentari una maggiore trasparenza in etichetta. Non solo per i latte, ma anche che per altri prodotti dell’agroalimentare italiano. Visto che il Governo si scopre così virtuoso, chiediamo che a questo punto si attivi per estendere l’etichetta trasparente a tutto l’agroalimentare made in Italy, sperando che quella di oggi non sia solo uno spot che sarà spazzato via dal Ttip di cui il Pd e tutto l’Esecutivo sono i primi sostenitori”.

Una soluzione, quella presentata qualche giorno fa dall'M5S, che però purtroppo fa da contraltare ad una situazione molto difficoltosa per tutte le stalle venete. Nel 1986 infatti, quando fu fondata Aprolav, la principale associazione regionale di categoria, i produttori caseari in tutto il Veneto erano quasi 44mila. Trent'anni dopo però ne sono rimasti meno di 3mila, un ribasso quindi addirittura del 93%. Il presidente Terenzio Borga, nell'assemblea annuale dell'associazione, ha quindi ricordato come molto sia cambiato, ma ci siano anche aspetti immutati. “Nel 1986 il latte alla stalla era pagato 580 lire, Iva compresa – ha spiegato Borga – che corrispondono agli attuali 0,30 euro. Al giorno d'oggi ci sono dei produttori che percepiscono meno di questo prezzo”. I problemi di importi al limite o al di sotto dei costi di produzione, peraltro, accomunano anche altri paesi europei, come hanno spiegati i rappresentanti degli allevatori polacchi e tedeschi, ospiti della riunione: in Polonia, a marzo, il prezzo medio è di 28 centesimo, in Germania, nelle regioni del Nord o dell'Est si scende fino a 18 cent.

L'anno scorso, dopo quasi 25 anni, è terminato il regime delle quote latte. La liberalizzazione, tuttavia, non ha portato alle aziende i benefici sperati. “Dobbiamo ammettere che la qualità italiana non è stata sufficiente a contrastare il cambiamento e mantenere un prezzo dignitoso per i produttori. Siamo stati travolti da un eccesso di produzione registrato in Europa e nel mondo, che a causa di molteplici fattori ha creato una situazione a dir poco drammatica”. Due le possibili soluzioni per contrastare la deriva, a cui puntano gli allevatori: un importante polo lattiero caseario veneto, per fare di questa regione l'eccellenza del comparto italiano, e un rafforzamento del sistema cooperativo nella commercializzazione (oltre che nella lavorazione) dei prodotti.

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