«I ristori bancari sono una telenovela senza fine»

È la critica di Francesco Celotto, già vicepresidente della Associazione soci banche popolari, che spiega: «Il fondo indennizzi è una foglia di fico»

Francesco Celotto

«In questi giorni se ne sentono di tutti i colori in relazione alla vicenda del portale per gli indennizzi bancari, ma credo che la realtà sia molto più amara di come la si racconta alla gente». Classe ‘66, Francesco Celotto è stato per diverso tempo uno dei volti di spicco dei Cinque stelle del veneto dopo che nel 2013 aveva sfiorato l'elezione al Senato. Poi, dopo avere abbandonato il movimento con una coda polemica «feroce», da vicepresidente della «Associazione soci banche popolari» è stato uno dei protagonisti delle fasi più dure del collasso che attorno al 2015 ha colpito Veneto Banca e BpVi. Terminata quell'esperienza, ugualmente piena di dissidi in seno al variegato fronte degli azionisti truffati, Celotto, che già in passato aveva lavorato all'estero come dirigente commerciale, da un anno è ritornato oltre confine e si è stabilito a Barcellona, dove fa il consulente finanziario. Laurea in legge, un master in business administration, Celotto, che è noto per avere un carattere «non tanto facile» spiega che dalla Catalogna sta osservando «da spettatore esterno quella che ormai è divenuta una vera telenovela»: ovvero la partita dei ristori per le vittime del risparmio tradito. «I non detti superano di molto le questioni chiarite» rimarca 53enne bassanese il quale è convinto che la partita è destinata a prendere una brutta piega.

Da settimane si sono consumati fiumi di inchiostro per parlare del Fir, ovvero del fondo indennizzo risparmiatori: vista da un osservatore distante la situazione come appare? «Io direi che occorre cominciare dai numeri visto che pochi lo fanno».

Sarebbe a dire? Il Fir disporrebbe in teoria di 1,5 miliardi di euro provenienti dai conti dormienti. La platea dei potenziali beneficiari, azionisti e obbligazionisti delle popolari e delle banche poste in risoluzione dal governo Renzi é pari a circa 350.000 individui».

E quindi? «Ora se la matematica non é una opinione il risarcimento medio per persona sarebbe pari a meno di cinquemila euro. Briciole, sempre che il fondo disponga davvero di un miliardo e mezzo».

E come starebbero le cose allora? «Ad oggi il fondo dispone per questo anno e il prossimo di non piu di 300-400 milioni. Per i prossimi anni la dotazione é tutta da verificare compatibilmente con lo stato delle finanze pubbliche e con le esigenze di bilancio. Ricordo che la prossima manovra sarà di almeno trenta miliardi. Il ministero dell'Economia andrà a caccia anche delle briciole, figuriamoci se si curerà delle promesse fatte ai cosiddetti azionisti azzerati».

Che cosa se ne ricava a questo punto? «Ecco quindi che i sospetti da me a suo tempo paventati prendono forma. Il Fir difficilmente riceverà in dotazione quanto promesso. Resterà un fondo svuotato e che rimborserà poco o nulla. Non dimentichiamoci che un analogo fondo varato nel 2005 dall'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti durante uno dei tanti governi Berlusconi non risarcì un bel nulla».

Ma oggi le cose come stanno? «Diciamo così. Può essere che il sito non funzioni o le procedure informatiche non reggano le tante domande. Comunque vada alla fine quei soldi verranno dirottati per coprire altri buchi. Il Fir é stato solo una foglia di fico, una delle tante promesse non mantenute dal governo giallo-verde. Una promessa fatta per accalappiare consensi ben sapendo che non sarebbe stata mantenuta. Noi soci rimarremo con il cerino in mano. Ormai col Fir siamo ad una telenovela senza fine». 

È davvero tutto perduto? «Sarebbe equo e giusto che almeno venissero individuati i casi sociali più urgenti e che queste persone, che davvero gravano in uno stato di indigenza, venissero celermente rimborsate utilizzando i soldi per ora certamente disponibili evitando ulteriori manfrine e ritardi. Che poi era l'opzione che si sarebbe più facilmente concretizzata con la proposta messa sul tappeto dal governo di centrosinistra».

Ma che cos'è una dichiarazione d'amore per il Pd?
«No di certo, ma in questo frangente le cose stanno così. Per il resto le cronache regionali degli anni passati sono zeppe dei resoconti delle mie battaglie. Io ho combattuto il Pd, come la Lega su mille fronti. Basti ricordare alla guerra alla Superstrada pedemontana veneta o Spv che dir si voglia, quando con quei signori, un altro po' sono venuto alle mani visto che dicevano di fronteggiarsi da due schieramenti avversi, come destra e sinistra, quando poi sulle questioni economiche di peso inciuciavano alla grande».

Sì però poi è arrivato il M5S, o no? «Sì, è arrivato il M5S e dopo un buon avvio ha cominciato a fare lo stesso. Io lo dissi subito quando smantellarono il gruppo grandi opere con cui avevamo cominciato a martellare contro aborti del calibro della Spv, del Mose, del Tav, della Valdastico sud, della Valdastico nord, della cosiddetta Valsugana bis che con la Valsugana non aveva nulla a che fare. Mi cacciarono, diffidai il leader Beppe Grillo con una letteraccia del mio avvocato: fui riammesso e me ne andai io subito dopo sbattendo la porta in faccia ad una pletora di mediocri tra cui qualche arrampicatore sociale dell'ultm'ora già ammanigliato col potere. Anche nel M5S la fase dell'arrivismo era cominciata e con essa i difetti i quali fino a qualche mese prima venivano additati Lega e Pd, due forze con le quali il M5S si è accoppiato nel volgere di un baleno con triplo carpiato degno del migliore Steven LoBue».

Questo però non è sparare nel mucchio? «No, un corno. Io vengo da una tradizione familiare di un certo tipo. Mio padre Antonio negli anni ‘70 e ‘80 da dirigente del Pri veneto fece una guerra forsennata agli intrallazzi della Dc doretea. Ecco gli eredi di quel sistema di potere dopo anni me li sono trovati più o meno ben distribuiti in Fi, nella Lega, nel Pd e in ultimo nel M5S. Questo non è sparare nel mucchio, questo è constatare la realtà. Io me ne sono andato a Barcellona non tanto perché la situazione politica in Spagna sia chissà che portento, ma per un fastidio che ormai provo per un certo modo di essere veneti e italiani, due gruppi molto simili checché ne dicano gli alfieri dell'indipendentismo al prosecco o dell'autonomismo in saor».

Ad ogni modo, ammesso che si faccia davvero qualcosa per i casi sociali più disastrati, per gli altri risparmiatori «azzerati» che cosa si può fare? «Per gli altri soci non credo che sarà possibile fare molto. Lo dissi a suo tempo che aveva fatto bene chi aveva aderito alla offerta pubblica di transazione nonostante i proclami di piazza e le urla dei sedicenti sacerdoti della riscossa veneta e dei Pancho Villa nostrani i quali consigliavano di non accettare chiedendo il 100% del maltolto. Cassandra ha avuto ragione ancora una volta. È brutto dire io l'avevo detto. Ma è andata così. E andrà così. Chi ha le chiavi del potere non permetterà mai che quei quattrini, tutto sommato pochi rispetto al collasso patito dal tessuto economico del Centronord, finiscano in mille rivoli. Il sistema li chiederà per sé. E coloro che hanno promesso il contrario mentono sapendo di mentire».

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