Pietro Spirito parla degli esuli dalmati al "Max Planck"

Lo scrittore triestino presenta il libro "Il suo nome quel giorno"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday

Il degrado umano di un campo profughi abitato da migranti, ma non di oggi, dei primi anni Sessanta a Trieste. Pietro Spirito, scrittore e giornalista triestino (d’adozione) presenterà giovedì 23 gennaio agli studenti dell’Istituto Max Planck il suo romanzo “Il suo nome quel giorno” edito da Marsilio nel 2018, ispirato ad una storia vera accaduta in uno dei campi profughi che nel Secondo Dopoguerra hanno accolto gli italiani che avevano lasciato il territorio italiano passato alla Jugoslavia. La protagonista è una donna, cresciuta in Sudafrica in una famiglia benestante di origini italiane, che alla morte dei suoi genitori, scopre di non essere quello che aveva sempre creduto, ma di essere nata in un campo profughi e di essere poi stata venduta dalla madre vittima del degrado e della precarietà. Ancora una volta il racconto del passato, sia pure recente, serve per riflettere sul presente, sui nostri problemi sociali ma anche sui concetti di identità e di radici. Insomma un thriller esistenziale dove non ci sono né colpevoli né eroi, ma solo sconfitti e sopravvissuti.

Pietro Spirito vive e lavora a Trieste. E giornalista alle pagine culturali del quotidiano “Il Piccolo” e collabora con la Rai per programmi radiofonici e televisivi. Oltre ai romanzi, ha pubblicato fra i reportage “Squali! Viaggio nel regno del più grande e temuto predatore di mari”, diario di una spedizione in Sudafrica e “Nel fiume della notte, viaggio lungo il Timano dalle sorgenti alla foce. Sul suo ultimo romanzo “Il suo nome quel giorno” dice in una intervista radiofonica: “E’ una storia vera romanzata nei personaggi e nelle occasioni. Ed è una storia non rara nel suo genere. Negli anni Sessanta, a vent’anni dalla fine della guerra, c’erano ancora i campi profughi delle famiglie che avevano abbandonato tutto. Ho raccolto a proposito molto materiale storico su questa realtà”.

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