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Carcere minorile di Santa Bona: «Un educatore in meno, non si regge»

Marta Casarin, segretaria generale della Funzione Pubblica Cgil di Treviso denuncia una grave situazione organizzativa e pesanti carichi di lavoro all'interno del carcere di Treviso

Il carcere di Santa Bona (Foto d'archivio)

«Grande preoccupazione per la situazione dell’area pedagogica nel carcere minorile di Santa Bona, dove a breve verrà a mancare un altro educatore, con ulteriore e ormai insostenibile aggravio dei carichi di lavoro per il resto del personale in servizio».

La denuncia arriva da Marta Casarin, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil di Treviso. «Il carcere minorile di Treviso resterà presto con solo due educatori. Ci risulta, infatti, che la direzione dell'istituto dovrebbe essere affidata a un educatore oggi in forza all'area pedagogica - prosegue Casarin - L'amministrazione centrale ha deciso di congedare il direttore del carcere minorile di Treviso che, seppur in una posizione di distacco da diversi anni, per il profilo rivestito era comunque la figura più autorevole e competente a gestire una realtà penitenziaria non semplice, che lo stesso dipartimento, quest’anno, aveva inserito tra gli istituti di media complessità gestionale. L'area pedagogica - sottolinea Casarin - era già stata sottodimensionata e i professionisti che vi operano sono gravati da incarichi di direzione e responsabilità. Una scelta incomprensibile scelta, presa dunque in un già più che difficile quadro organizzativo causa emergenza sanitaria.

Dopo decenni di lavoro educativo svolti dall’Ipm nel costruire progetti di rilievo nazionale in ambito scolastico, socio-sanitario e con il terzo settore, una scelta - rincara la sindacalista - che è indicativa della scarsa attenzione proprio verso il personale pedagogico rimasto in organico che, di fronte a questa difficile condizione non può far altro che rimettere tutti gli incarichi chiedendo il distacco ad altri uffici. La solidità del lavoro di questi professionisti - tiene a puntualizzare la Casarin .-è dimostrata dal fatto che anche durante la fase più critica della pandemia, l’area educativa è riuscita a mantenere un legame tra i ragazzi detenuti e la rete educativa esterna, che non ha fatto mancare il suo appoggio. Pertanto - conclude - chiediamo al Dipartimento di rivedere questa scelta che a nostro giudizio mortifica la professionalità e il lavoro dei funzionari pedagogici».

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