La vita di un medico ai tempi del Coronavirus: «Niente contatti e in casa con la mascherina»

Parla Marco Marcanzin, 30enne medico in libera professione in servizio al pronto soccorso dell'ospedale di Oderzo: «Se le persone rispetteranno le regole, ne usciremo sicuramente»

Marco Marcanzin

«Vivo con i miei genitori, ma per prevenzione mi sono isolato in casa prima ancora di quanto prescritto nei decreti del Governo. Alla fine esco solamente per lavoro, per raggiungere l'ospedale di Oderzo da Treviso. Mangio ormai persino separato dai miei genitori e dai miei due fratelli, e ovviamente indosso la mascherina quasi 24 ore su 24 per evitare ogni possibile contagio mentre sono nelle vicinanze di altre persone. Proprio per questo ho evitato fin da subito anche i possibili contatti con la mia ragazza. Sono un medico, ma ho comunque paura di contagiare la mia famiglia. Se dovessi mai risultare positivo, per quindici giorni non potremmo nemmeno uscire a fare la spesa». A parlare è Marco Marcanzin, 30enne medico trevigiano in libera professione (abilitato da un anno e mezzo) con un sogno nel cassetto, ovvero quello di diventare un ortopedico, magari già con la prossima sessione di luglio dell’esame per entrare in specializzazione.

«Da gennaio 2019 lavoro il libera professione al pronto soccorso di Oderzo, ma mai mi sarei immaginato di trovarmi dopo poco in una situazione molto più grande di me, come questa che stiamo vivendo oggi a causa del Coronavirus - racconta ai nostri microfoni Marcanzin - L'asticella si è alzata e non c'è tempo quasi per nulla, siamo impegnati tutti a 360° ogni giorno. Ad esempio io oggi copro tre turni di 12 ore a settimana, praticamente come uno strutturato. Ma in tutto questo devo anche trovare il tempo per studiare in vista dell'esame di specializzazione, ma non è per nulla facile. Il tempo è poco ed è necessario recuperare anche le energie spese sul luogo di lavoro. Chiaramente non ho l’esperienza necessaria per affrontare una tale pandemia, anche perché avevo iniziato da poco a sentirmi sicuro in questo ambito, ma è cambiato tutto in pochissimi giorni. Desidero diventare ortopedico, ma sicuramente la ‘palestra’ che sto affrontando ora all'ospedale di Oderzo non ha eguali. Questa esperienza mi cambierà la vita, sia a livello professionale che personale, è inevitabile».

Ore ed ore, quindi, in prima linea in corsia per Marco, anche perché negli ultimi giorni al nosocomio opitergino è stato realizzato un intero reparto dedicato ai contagiati dal Covid-19 e uno di loro è entrato in contatto proprio con lui prima che risultasse positivo al tampone. “Prima che venisse approvato il nuovo protocollo di filtraggio - ci racconta Marco - sono entrato in contatto con un paziente che purtroppo è poi risultato positivo. Per questo motivo sono controllato costantemente e mi sono anche sottoposto a due tamponi che fortunatamente hanno dato esito negativo. Con le nuove disposizioni, però, è tutto molto più organizzato rispetto ai primi giorni dell'epidemia. Ora, ad esempio, quando arrivano dei pazienti in pronto soccorso si fa un’immediata divisione tra casi sospetti di Coronavirus e persone con altri sintomi e patologie e in quest'ultimo caso, essendo stati rimandati tutti gli interventi programmati e differibili, trattiamo solo i casi urgenti come coliche renali, infarti, appendiciti e fratture. Abbiamo infatti quattro letti per l’osservazione intensiva, mentre due li abbiamo destinati ai sospetti casi di Coronavirus».

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Un pronto soccorso, quello di Oderzo, che però non si ferma nonostante da un paio di settimane siano drasticamente diminuiti i codici bianchi generici: «Adesso i cittadini vengono da noi solo in caso di problemi seri - chiosa Marco Marcanzin - In una situazione emergenziale come questa credo sia però doveroso ringraziare tutti i colleghi e gli infermieri che stanno dando veramente il massimo, fino allo stremo. A causa di ciò, nei giorni scorsi mi sono arrabbiato molto nel vedere persone intente a fare jogging o a pedalare in sella alla loro bicicletta, noncuranti del pericolo a cui si esponevano. Speriamo che adesso, con le nuove norme decise dal Governo, le persone stiano veramente a casa come richiesto. Dobbiamo affidarci alle Istituzioni e agli esperti del settore, non fare di testa propria, anche perché i posti in terapia intensiva oggi disponibili sono pochi rispetto a quello che potrebbe essere il picco delle prossime settimane, sempre che non si rispetti il Decreto. Insomma, se le persone rispetteranno le regole, ne usciremo sicuramente!».

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