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Sabato, 21 Maggio 2022
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Treviso oltre 2200 vittime: alcune storie simbolo della pandemia

La Marca ha pagato un tributo altissimo, nel giorno del ricordo ripercorriamo alcune storie trevigiane sia di lutto che di speranza

Ogni ricorrenza porta con se tristezza, questa in particolare, lacera il cuore. Tutti ricordiamo quella foto con le bare nei camion militari a Bergamo. Le cifre aggiornate al 18 marzo 2022, sono terribili: oltre 6 milioni di deceduti nel mondo, 157.442 in Italia, 14.028 in Veneto da quel 21 febbraio 2020 in cui morì a Schiavonia Adriano Trevisan. Oggi Giornata Nazionale delle vittime del Covid, il Veneto piange i suoi morti.

"Ora che ci apprestiamo a chiudere lo stato d'emergenza e ad allentare tutte le restrizioni, non dobbiamo dimenticare coloro che in questi 25 mesi hanno perso la vita, ma anche le migliaia di famiglie che non hanno potuto salutare i loro cari per l'ultima volta come avrebbero desiderato. Questa, a parer mio, è stata l'altra grande tragedia che abbiamo vissuto, al di là di quella sanitaria." ha dichiarato il presidente della regione Zaia.

Oltre 2200 trevigiani ci hanno lasciato in questi anni di pandemia, la prima vittima nella nostra provincia fu la professoressa Luciana Mangiò di Paese il 23 febbraio 2020. Sono stati tempi difficili per la comunità trevigiana, abbiamo vissuto restrizioni, la paura, il dolore per i cari venuti a mancare e l'apprensione per chi soffre. Ricordiamo tutte queste persone attraverso alcune testimonianze.

Le storie trevigiane

Amava il volo e la vela -Pino Massa ex militare in servizio a Istrana, sui social raccontava la sua lotta contro il virus, vittima del Covid a 75 anni. Su Facebook scriveva: «Ce la farò», ma non ce l'ha fatta: ricoverato in ospedale a Montebelluna a fine ottobre ha perso la sua battaglia contro dopo un mese di ricovero. Aveva 75 anni.

L'alpino - Castelfranco Veneto piange la scomparsa di Mario Guizzon, cognato di Tina Anselmi, mancato sabato 6 marzo al Covid hospital di Vittorio Veneto, dov'era stato ricoverato insieme alla moglie Maria Teresa, anche lei positiva al tampone.

L'albergatore - All'ospedale di Conegliano, si è spento a 75 anni Luigino Salvador, storico gestore dell'Hotel Villa Soligo di Farra. Quella che era inizialmente partita come una passione legata alla ristorazione nei primi anni '90 si era poi trasformata in un vero e proprio mestiere tanto che nel 1998 decise di prendere le redini della bellissima e prestigiosa villa storica del XVIII secolo.

"Tuben" - Francesco Buffon era un vero e proprio simbolo per il borgo di Cison di Valmarino. La sua scomparsa improvvisa a soli 59 anni ha lasciato un grande vuoto nell'intera comunità locale. Una enorme passione per l'idraulica, non c'era conduttura idrica o tubo che a Cison non abbia la sua firma.

Chiudiamo questa triste lista con una nota di speranza

Il Guarito -  L'ex sindaco di Treviso, Giovanni Manildo ha potuto riabbracciare la famiglia. «Sono tornato a casa, felice ed emozionato. Un ringraziamento con tutto il cuore agli operatori sanitari, infermieri, fistioterapiste e medici tutti. Persone che ci mettono passione e lo trasmettono. Prima di questi 11 giorni in ospedale non avevo idea di come fosse questo virus subdolo e pericoloso e di tutta la forza e passione messa in campo dai nostri ospedali». Con queste parole l'ex sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, ha voluto ringraziare tutte le persone che gli sono state vicine durante il ricovero all'ospedale Ca' Foncello. Febbre alta e difficoltà respiratorie i sintomi che hanno colpito Manildo, ma lui ha combattuto e vinto la malattia.

Il sindaco infermiere - Il primo cittadino di Asolo, Mauro Migliorini, lavora nel reparto di Rianimazione dell'ospedale di Montebelluna.
«Dopo i primi casi registrati in Veneto temevo che la situazione si sarebbe potuta aggravare. Avevo parlato con la mia famiglia della possibilità di mettere in pausa l'incarico di sindaco per dedicarmi a tempo pieno al lavoro come infermiere. A metà marzo è arrivata la chiamata dell'Ulss 2 e ho iniziato a prestare servizio nel reparto di Rianimazione dell'ospedale San Valentino a Montebelluna. E' stato come tornare a casa. Avevo già lavorato in passato per questo reparto ed era stata una delle esperienze professionali più importanti della mia vita, così come gli ultimi due mesi vissuti in piena emergenza.

-Come si è svolto il lavoro nel reparto?
«Devo dire che questo virus mi ha sorpreso: prima di tutto per la sua complessità assistenziale. Non è una banale influenza, colpisce molti organi del nostro corpo e necessita di cure lunghe e impegnative sia per il paziente che per chi deve metterle in pratica. Tutte le persone ricoverate sono arrivate in ospedale con febbre alta e grandi difficoltà respiratorie. Una delle tecniche adottate per aiutarli è stata quella della "pronazione". Metterli a pancia in giù per farli respirare con più facilità. Fondamentale anche il lavoro dei fisioterapisti che hanno consentito ai pazienti una prima riabilitazione già durante il periodo di ricovero in reparto. Tantissime le storie che si sono succedute nelle scorse settimane. Ricordo, tra le tante, qualla di una ragazza di 23 anni riuscita a guarire con successo dal virus. La cosa che più mi ha colpito però è stata un'altra. Quasi nessuno dei pazienti che stavano per essere dimessi dal reparto di Rianimazione ricordava il periodo del loro ricovero. Avevano memoria solo di quando avevano iniziato a stare male ma non gli sembrava possbile di aver contratto il virus ed esserne guariti».

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