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Lunedì, 29 Novembre 2021
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Green Pass, gli artigiani: «Obbligati a controlli inutili, perdita di tempo e risorse»

Problemi organizzativi in vista del 15 ottobre. Cna Treviso chiede che i lavoratori possano comunicare volontariamente la scadenza della loro certificazione alle aziende per evitare controlli giornalieri

L’obbligo di controllare il Green Pass dei lavoratori a partire da venerdì 15 ottobre inizia a sollevare le prime polemiche anche nella Marca. Gli artigiani di Cna Treviso avvertono: «I controlli comporteranno aggravi assurdi in tutte le realtà produttive, specialmente nelle piccole e medie imprese che non potranno avvalersi del servizio di security esterna per le operazioni di verifica ma dovranno farle fare ai propri dipendenti. In discussione non è il Green Pass, misura considerata necessaria per poter avere una vita normale sotto il profilo sociale e produttivo, in discussione sono piuttosto i provvedimenti contenuti nell’ultimo decreto legge 127/2021 che, nel nome della privacy, mettono letteralmente in croce le aziende, costringendole a procedure tanto assurde quanto onerose o ad acquistare costi scanner».

«Quello che nessuno capisce è il motivo per cui ci obbligano a controllare ogni giorno i lavoratori che hanno il green pass che scade tra un anno dal momento che hanno fatto il vaccino – spiega Luca Frare, presidente di CNA territoriale di Treviso -. Nelle nostre aziende il datore di lavoro sa chi è vaccinato e chi è no perché sono gli stessi lavoratori a comunicarglielo liberamente. Siamo delle comunità, in cui tra di noi ci si parla, sappiamo le scelte che fanno gli altri. Siamo così obbligati a mettere in campo procedure onerose per salvaguardare un segreto di Pulcinella». Il decreto legge infatti vieta ai datori di lavoro di chiedere al lavoratore la scadenza del suo green pass e conservare i dati relativi. Quindi bisogna far finta di non sapere quello che invece si sa e mettere in campo procedure per controlli inutili. Un altro problema che stanno vivendo le aziende sono i part-time da tampone. Cioè, chi decide di non vaccinarsi e di farsi il tampone preferisce non andare in azienda il venerdì per non dover fare il terzo tampone settimanale. In un momento in cui la manodopera è scarsa, si fatica a trovare personale, a fronte di abbondanza di lavoro in molti settori, i part-time da tampone stanno provocando problemi a non poche ditte.

La proposta

«La nostra proposta è che i lavoratori possano comunicare volontariamente la scadenza del proprio green pass al datore di lavoro e che questi ne possa tenere conto nel predisporre le procedure di verifica - afferma Mattia Panazzolo, direttore di Cna Treviso - I problemi infatti si complicano ancora di più nelle aziende in cui i dipendenti non si recano ogni mattina alla stessa ora nella medesima sede ma vanno direttamente presso la clientela che seguono, come capita nelle imprese di autotrasporto o di pulizie». Cna sta lavorando a livello nazionale per chiedere queste modifiche in sede di conversione del decreto.

I commenti

Gianpaolo Stocco, titolare dell’azienda metalmeccanica Stocco F.lli, con 40 dipendenti e due sedi, racconta: «La normativa ci dà la possibilità di fare dei controlli a campione ma non tutti i lavoratori arrivano in azienda allo stesso orario. Quindi dobbiamo incaricare due persone che durante la giornata girino per uffici e i comparti produttivi per controllare a campione i colleghi, registrare chi hanno controllato per non controllare gli stessi il giorno dopo. Questi due lavoratori dovranno impiegare il loro tempo in un’operazione sostanzialmente inutile perché nella nostra azienda su 40 persone solo in 2 non hanno il green pass che dura un anno. Avrebbe più senso che i lavoratori potessero comunicare su base volontaria la scadenza del proprio green pass e che i controlli si possano concentrare su chi deve rinnovare il green pass ogni due giorni. A noi non interessa sapere le ragioni per cui un lavoratore ha un green pass che scade ogni due giorni, interessa non impegnare l’azienda in controlli inutili, con spreco di risorse e di energia». 

Leonardo Grandesso, titolare di "Più Service", azienda di pulizie con 24 addetti. «Per noi la situazione è molto complicata, siamo in 24 lavoratori, di cui 4 con green pass breve, ma nessuno la mattina passa per l’ufficio perché vanno tutti da casa propria alle aziende in cui operano. Quindi io come titolare non ho la possibilità di controllare che i miei dipendenti abbiano il green pass e non è ancora chiaro se l’azienda ospitante lo possa richiedere perché mancano delle precise linee guida in proposito. Nel caso, poi, dei centri commerciali, chi verifica se chi entra a fare le pulizie è munito di green pass? Quindi io ho in capo l’onere del controllo ma di fatto non posso controllare, almeno di non farli venire tutti e 24 in sede prima delle destinazioni con aggravio di costi per tutti. Stiamo dunque ancora cercando di capire quali procedure organizzative mettere in atto».

Luciano Gobbo, titolare di Studio Pointer, agenzia di fotografia industriale e comunicazione con 12 dipendenti e 8 collaboratori. «Stiamo combattendo una battaglia per debellare la pandemia e la privacy non può prevalere sulla salute e sul lavoro. Nessuno dei miei dipendenti vuole prendersi l’onere di controllare i colleghi, perché nessuno vuole fare l’inquisitore e devo farlo io, ma io non sono in ufficio tutte le mattina quando apre la struttura. È ridicolo che mentre un datore di lavoro può sapere tutto sul proprio dipendente aprendo un qualsiasi social non può ricevere l’informazione della scadenza del green pass. Io ogni giorno lotto per mantenere 12 posti di lavoro, è questa la mia battaglia ed è già sufficiente. I miei dipendenti hanno deciso di comunicarmi volontariamente la scadenza del loro green pass e ci siamo organizzati in questo modo»,

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