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Lunedì, 28 Novembre 2022
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L’ascesa, il baratro, la rinascita: Riccardo Pittis presenta il suo nuovo libro

Intervista all’ex capitano della Benetton Basket, ora mental coach, che debutta nelle librerie con l’autobiografia “Lasciatemi Perdere”. Tanti i temi toccati, dai fasti della carriera al baratro del ritiro: «Scriverlo è stato terapeutico perché parla della mia vita, non solo di pallacanestro»

Riccardo Pittis è un nome che a Treviso scalda i cuori. Eccellenza della pallacanestro italiana, è stato per anni capitano e leader della Benetton Basket che incantava sotto le sapienti guide tecniche dei più grandi allenatori d’Europa, tra cui Obradovic, D’Antoni e Messina. Nel 1993, dopo aver vinto tutto con la maglia dell’Olimpia Milano, è approdato nella marca, dove ha aperto un nuovo percorso della sua vita sportiva e personale. Oltre all’atleta, però, c’è molto di più. Così, dopo aver appeso le scarpe al chiodo nel 2005, “Acciughino” (simpatico soprannome attribuitogli in gioventù per la sua magrezza) si riscopre improvvisamente vulnerabile e deve reinventarsi un futuro al di fuori del parquet che tanto gli aveva dato in termini di celebrità e successo. Il trauma dell’uscita di scena dal basket giocato innesca in lui una crisi d’identità, che lo porta a scoprire un diverso punto di vista della sconfitta, prima di allora incontrata solo sul campo.

Dopo una serie di insuccessi imprenditoriali, intraprende un nuovo capitolo che dà il via alla sua rinascita emotiva e professionale. Attualmente Pittis è un accreditato speaker motivazionale, collabora con prestigiose aziende mettendo la sua esperienza al servizio degli altri. Lo sbocco naturale della sua storia non poteva che tradursi in un libro, uscito per ROI Edizioni lo scorso 21 settembre. Dai primi approcci alla pallacanestro, il rapporto con i suoi genitori, gli esaltanti alti e bassi nell’Olimpia Milano, il trasferimento a Treviso, il baratro delle poco oculate scelte finanziarie, delle crisi sentimentali e personali, fino all’inizio della rinascita: “Lasciatemi Perdere” è un’autobiografia in cui Pittis si mette a nudo con grande schiettezza, ironia e lucidità.

Riccardo Pittis: l'autobiografia

Pittis, cosa significa per lei questo libro a diciassette anni dal ritiro?

«Lo covavo da parecchio tempo, ma volevo trovare il momento giusto e le parole adatte per scriverlo. In un certo senso è stato terapeutico pubblicarlo, si tratta di un racconto di vita e non solo di pallacanestro. Sebbene il basket sia stata una parte fondamentale di me, questo libro è tanto altro».

Guido Saibene, Giuseppe Barbara, Dan Peterson, Franco Casalini. Quale allenatore tra questi è stato il più importante per la sua crescita come atleta?

«Sono stati tutti importanti allo stesso modo. Guido Saibene mi ha fatto lavorare sui fondamentali, in un certo senso è stato come fare le elementari. Con Giuseppe Barbara ho fatto le medie e le superiori: ha permesso al mio talento di fiorire, dandomi spazio per maturare e commettere errori. Con Dan Peterson e Franco Casalini, invece, sono passato direttamente all’Università: mi hanno catapultato al massimo livello cestistico italiano ed europeo».

Treviso per lei è una seconda casa. Eppure, nel 1993, il suo passaggio dall’Olimpia alla Benetton non è stato rose e fiori.

«È stato estremamente difficile lasciare la squadra che mi aveva cresciuto e la città in cui sono nato.  L’annuncio della cessione mi ha scioccato: ero colonna portante e capitano dell’Olimpia, tutto mi aspettavo tranne di dover essere ceduto per motivi di bilancio. Sapevo quello che perdevo, non conoscevo quello a cui andavo incontro: in realtà si è rivelata la mia grande fortuna».

Una figura onnipresente nella sua carriera è quella di Mike D’Antoni: compagno di squadra e allenatore all’Olimpia, poi ancora head coach alla Benetton. Cosa ha rappresentato per lei?

«Nel mio lavoro presento sempre Mike D’Antoni e Dino Meneghin come i miei genitori cestistici. Grazie al loro esempio, alla loro mentalità vincente e al loro spirito di squadra mi hanno trasmesso molto. Mike poi è diventato il mio allenatore: gli devo buona parte di quella che è stata la mia carriera. Ha creduto in me fin da subito, da lui ho imparato tutto quello che poi mi è riuscito negli anni a venire: passare e rubare palla, essere al contempo giocatore di squadra e protagonista».

Qual è il ricordo più bello che ha degli anni biancoverdi?

«Ne ho talmente tanti che è davvero difficile sceglierne uno. Se proprio sono costretto a farlo, credo che lo scudetto nel 1997, il mio primo a Treviso, sia stato l’apice di un percorso iniziato quattro anni prima».

Nel libro descrive il ritiro come una “traumatica uscita di scena”. Perché?

«Cito il recente caso di un campione ben più illustre del sottoscritto: Roger Federer. Le sue lacrime racchiudono alla perfezione lo stato d’animo di uno sportivo che ha vissuto successi importanti e realizza che la sua carriera sta per volgere al termine. Vivi questo momento quasi come un lutto, perché viene a mancare un compagno di vita che ti ha regalato gioie, emozioni e adrenalina. Anche se sei consapevole che il giorno del ritiro arriverà, non sarai mai abbastanza preparato per viverlo serenamente».

Nella biografia emergono due diverse concezioni della sconfitta: la prima conosciuta in campo, la seconda nella vita. Hanno qualche punto di contatto?

«Nello sport capisci presto che la sconfitta è parte integrante del gioco e devi conviverci. In un certo senso è più semplice da gestire, perché hai occasione di scendere in campo la settimana successiva provando a riscattarla. Chi invece si trova a vivere la sconfitta nella vita di tutti i giorni, non ha subito un’opportunità di rialzarsi oppure non dispone di tutte le competenze necessarie per affrontarla. Si instaura un senso di vergogna difficile da estirpare. Le sconfitte però sono parte integrante della vita e dello sport: entrambe vanno gestite sapendo che ti aiuteranno a preparare le vittorie successive».  

Quando è scattata in lei la molla per intraprendere il percorso da speaker motivazionale?

«Esordisco citando l’incipit del libro: un problema non sarà mai grande abbastanza quanto la nostra capacità di riuscire ad affrontarlo. Questa molla mi ha fatto svoltare. Dopo il ritiro ero incappato in parecchie sconfitte e problemi, entrando in una buca depressiva da cui faticavo ad uscire. Ho iniziato a leggere dei libri, partecipando anche a corsi di crescita personale: mi hanno dato le risposte che cercavo. Lo sport ha avuto un ruolo fondamentale in questo, perché ho utilizzato la forza di reazione che avevo praticato durante gli anni della pallacanestro per uscire da questo momento».

Gli esempi di atleti finiti in disgrazia al termine della carriera sono numerosi. Rispetto ai tempi del suo ritiro, pensa ci sia più attenzione verso la salute mentale degli sportivi?

«Sicuramente è maggiore rispetto a quegli anni, ma non è sufficiente per affrontare la complessità del problema. Non si tratta solo di una questione economica, ci sono molti atleti che incappano in una depressione dettata dal non saper che fare. Nell’immaginario collettivo lo sportivo è visto come un supereroe, questo contribuisce ad alimentare un senso di vergogna dell’atleta che ha paura di esternare le sue debolezze».

Cosa può insegnare questo libro a chi cerca di reinventarsi o riscattarsi nella vita?

«Può insegnare a non abbattersi quando si fallisce. Nei Paesi anglosassoni il fallimento è quasi auspicato e viene inteso come lezione per costruire una carriera luminosa. A chi attraversa una fase difficile voglio ricordare che dentro di noi abbiamo una forza che ci permette di tramutare in possibile quello che pare irrealistico».

I diritti d’autore del libro sono stati devoluti alla Città della Speranza di Padova, Onlus che lavora su più fronti per prevenire e sconfiggere le patologie pediatriche e garantire al tempo stesso le migliori diagnosi, cure ed assistenza ai piccoli pazienti.

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