Emergenza personale sanitario: sindacati trevigiani pronti alla mobilitazione

Il segretario generale della FP Cgil di Treviso, Ivan Bernini, e il responsabile della Cgil Medici di Treviso, Tiberio Monari, intervengono sulla situazione del personale dell'Ulss2

«Possiamo esprimere con grande serenità il nostro punto di vista rispetto alla situazione che attiene al personale medico o rischiamo di essere tacciati di disfattismo o allarmismo?» Esordiscono con amara ironia Bernini e Monari riferendosi alle questioni delle ultime settimane. 

«L’emergenza non nasce oggi – continua Bernini – nella nostra provincia mancano almeno 300 medici solo per rimanere in ambito ospedaliero. Anestesisti, psichiatri, ortopedici, ginecologi solo per fare alcuni esempi. Più volte sia i sindacati che lo stesso Ordine dei Medici hanno provato a rappresentare i problemi nei confronti della Regione e delle Direzioni. Spesso sono rimasti o inascoltati o è arrivata soltanto la classica pacca sulla spalla della serie “portate pazienza”. Ma la pazienza è ormai al limite e aumenta la frustrazione, oltre che lo stress, correlato a ritmi non sostenibili e a responsabilità crescenti». «Il personale medico non vede rinnovato il contratto da oltre 10 anni – prosegue Monari – viene spostato da un ospedale all’altro per coprire prestazioni e interventi, con la scusa che siamo considerati tutti dirigenti facciamo un monte orario superiore alle 38 settimanali senza che vi sia riconoscimento, turni e reperibilità che si accumulano dopo aver svolto il normale orario di lavoro. Non vogliamo allarmare nessuno, ma non siamo più disponibili a tacere, lo facciamo per il nostro lavoro e per la qualità delle cure che rivolgiamo ai cittadini. In poche parole: anche chi attraverso il proprio lavoro garantisce un diritto, quello a essere curato e assistito, ha dei diritti».

«Se andiamo a vedere le condizioni nel loro insieme, e guardiamo anche alle retribuzioni di questi lavoratori, ci accorgeremo che non è sorprendente il fatto che manchino medici nel territorio. Molti se ne sono andati a causa dei blocchi delle assunzioni, altri se ne rimangono all’estero visto il riconoscimento sociale, oltre che professionale, e la valorizzazione economica. Non c’è dubbio che le dinamiche che hanno portato a questa situazione sono tante e diverse. Ma alcune potevano essere affrontate da tempo, dall’imbuto sulle specializzazioni al basso tasso di borse di studio. Ciò non toglie che, se non si riconoscono e valorizzano anche economicamente questi professionisti, che tra formazione e specializzazioni hanno investito almeno 11 anni della loro vita di studio, l’emergenza non cesserà. Come non cesserà a colpi di Tweet o a post su Facebook come qualche presidente di Regione è solito fare. Le parole e le pacche sulle spalle non bastano più, la misura è colma – concludono Monari e Bernini – oltre a rinnovare la solidarietà a quei colleghi che a fronte delle critiche sono stati redarguiti, siamo pronti a partire tutti insieme con forme di mobilitazione locale». 

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