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Incidenti mortali sul lavoro: «50% in meno nella Marca ma in Italia 1090 vittime»

Il 2022 annus horribilis per la sicurezza sul lavoro, pubblicati i dati dell'Osservatorio Vega Engineering. Cna Treviso propone un Durc (Documento unico di regolarità contributiva) della sicurezza

«La sicurezza sul lavoro è un fattore centrale della competitività di impresa perché le imprese sono fatte da persone e se stanno bene le persone funziona l’impresa. Le imprese artigiane ne sono consapevoli e sono attente al tema della sicurezza perché, nelle loro realtà produttive, la salute del lavoratore spesso coincide con la salute dei familiari (del coniuge, dei fratelli, dei figli, dei parenti) che lavorano in azienda».

Lo afferma Mattia Panazzolo, direttore di Cna territoriale di Treviso, che fornisce una lettura alternativa ai dati pubblicati oggi da alcuni media locali sul numero di infortuni sul lavoro nella Marca. Se è vero che Treviso è prima in Veneto per numero di infortuni denunciati, è altrettanto vero che è 81esima a livello nazionale (su 95 province monitorate) per morti sul lavoro, situandosi in zona bianca. Ed è questo un dato importante per leggere in modo corretto il fenomeno.  L’altro dato significativo è il crollo del 50% nel 2022 rispetto al 2021 degli infortuni mortali sul lavoro nella nostra provincia, un crollo che non ha eguali in province venete.

I numeri

Le denunce totali di infortuni sono cresciute del 25,7% rispetto al 2021, arrivando a quota 697.773; con il settore della Sanità sempre in testa alla graduatoria degli infortuni in occasione di lavoro (84.327 denunce); seguono: Attività Manifatturiere (75.295) e Trasporti (53.932). Importante in questi dati anche la lettura sull’evoluzione delle denunce totali di infortunio per Covid: a fine dicembre 2021 erano 48.876, mentre a fine dicembre 2022 sono diventate 117.154. Praticamente sono più che raddoppiate, dimostrando che il virus è divenuto molto meno mortale, ma è ancora presente nei luoghi di lavoro.

Ma per l’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering di Mestre ciò che conta maggiormente nello studio dell’emergenza è il rischio reale di morte dei lavoratori, regione per regione e provincia per provincia. Si tratta dell’indice di incidenza della mortalità, cioè il rapporto degli infortuni mortali rispetto alla popolazione lavorativa regionale e provinciale, la cui media in Italia alla fine del 2022 è di 35 decessi ogni milione di occupati. Questo indice, un vero e proprio “indicatore di rischio di morte sul lavoro”, consente di confrontare il fenomeno infortunistico anche tra regioni con un numero di lavoratori diverso. Sulla base dell’incidenza degli infortuni mortali, l’Osservatorio Vega definisce mensilmente la zonizzazione del rischio di morte per i lavoratori del nostro Paese che viene così descritto – alla stregua della pandemia – dividendo l’Italia a colori. A finire in zona rossa alla fine del 2022, con un’incidenza superiore a +25% rispetto alla media nazionale (Im=Indice incidenza medio, pari a 35 morti sul lavoro ogni milione di lavoratori) sono: Valle D’Aosta, Trentino-Alto Adige, Basilicata, Marche, Umbria e Campania. In zona arancione: Puglia, Calabria, Sicilia, Piemonte, Toscana e Veneto. In zona gialla, cioè sotto la media nazionale: Liguria, Abruzzo, Lazio, Molise, Emilia Romagna, Lombardia e Sardegna. In zona bianca, ossia la zona in cui l’incidenza delle morti sul lavoro è la più bassa, troviamo Friuli-Venezia Giulia. Gli stranieri deceduti in occasione di lavoro sono 150, cioè il 19% del totale. Anche qui l’analisi sull’incidenza infortunistica svela chiaramente come gli stranieri abbiano un rischio di morte sul lavoro più che doppio rispetto agli italiani. Gli stranieri infatti registrano 66,5 morti ogni milione di occupati, contro 31,5 italiani che perdono la vita durante il lavoro ogni milione di occupati.

Il commento

«Morire sul luogo di lavoro è inaccettabile e le vittime sul lavoro - anche se fosse una sola all’anno - sono comunque sempre troppe - continua Panazzolo -. Questo spinge noi associazioni di categoria, noi imprese, a tenere alta la guardia, a monitorare e a investire in sicurezza. L’alto numero di infortuni denunciati è però un bene perché permette agli enti pubblici di acquisire dati importanti e alle aziende stesse di fare interventi migliorativi. La valutazione che va fatta è quanti di questi infortuni sono mortali o gravi». È per questa cultura della sicurezza che si sta diffondendo che Treviso e provincia presentano, dunque, uno dei più bassi tassi di mortalità nazionale: 17,9 deceduti ogni milione di occupati, contro la media regionale del 35,6 e quella nazionale di 35. «Questi risultati positivi sono l’effetto della stretta collaborazione tra associazioni di categoria, sindacati e istituzioni – aggiunge e conclude il direttore di Cna territoriale di Treviso -. È importante continuare a lavorare insieme anche per fare in modo che la formazione in materia di sicurezza sia certificata e certificabile. La nostra proposta è quella di andare verso un Durc della sicurezza dove la sicurezza sia abilitante per svolgere l’attività imprenditoriale. Oggi infatti c’è concorrenza sleale tra le aziende che rispettano le norme e aziende che non le rispettano, un gap da colmare al più presto».

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