Ospedale di comunità, la Cgil: «Meno posti letto e in ritardo di anni»

Nel giorno dopo  dell’apertura della nuova struttura sanitaria territoriale al Ca’ Foncello di Treviso il sindacato della Funzione Pubblica critica anche la scelta di esternalizzare il servizio

La sede della Cgil a Treviso

«La pompa magna elettorale dell’inaugurazione dell’ospedale di comunità non è certo garanzia di servizio per i trevigiani ne per i lavoratori». Lo dicono Sara Tommasin a Andrea Artuso della Funzione Pubblica CGIL nel giorno dopo  dell’apertura della nuova struttura sanitaria territoriale al Ca’ Foncello di Treviso.

«Non sono solo meno posti di quanti erano previsti, 28 a fronte di 30 - continuano -  l’ospedale di comunità del capoluogo arriva, casualmente a pochi giorni dal voto regionale, con grande ritardo rispetto alle tempistiche date dalla DGR del 2017 e solo dopo quelli di Vittorio Veneto e di Castelfranco. In provincia mancano ancora gli ospedali di comunità di Oderzo e di Montebelluna ma la sorpresa è che il personale che andrà a operare nella struttura sanitaria territoriale, ovvero intermedia, non è direttamente dell’ULSS 2 bensì esterno, di cooperativa, contraddicendo ulteriormente le indicazioni della normativa regionale».

«Sebbene l’ospedale di comunità non sia dedicato alle acuzie resta pur sempre una struttura sanitaria – continuano Sara Tommasin e Andrea Artuso –, e dovrebbe non solo trovare spazio all’interno del nosocomio ma con esso integrato al fine di non abbassare i livelli di assistenza, seppur prevalentemente infermieristica. Siamo alle solite e la lezione covid non sembra essere stata compresa: destinare la gestione dell’ospedale di comunità, che non può solo essere un reparto che cambia nome, all’esterno dell’ULSS significa privatizzare pezzi di sanità. Ci domandiamo allora che fine hanno fatto le risorse messe in capo dalla Regione del Veneto e a livello nazionale per le assunzioni, visto che questa assunzioni, che avrebbero assicurato appunto la gestione diretta dell’ospedale di comunità non si sono verificate».

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«Così facendo, inoltre, si continua a generare un gap contrattuale all’interno delle stesse strutture e filiere sanitarie. Ovvero – concludono Tommasin e Artuso – ai dipendenti della cooperativa viene applicato un contratto decisamente diverso, peggiore, rispetto a quello dei lavoratori dell’ULSS. O forse, dietro la facciata, è proprio questo il nocciolo della questione, si scarica ancora una volta sui lavoratori? Se non è così allora per questi lavoratori si determini nei vincoli dell’appalto l’applicazione del contratto della Sanità Pubblica, visto che la tariffa giornaliera coperta dalla Regione, cioè 145 euro, è su quel costo del lavoro parametrata. In caso contrario non si capisce quella differenza a chi sia utile».

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