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Nicola Atalmi

Nicola Atalmi

Lavoratori stranieri sanzionati dai datori di lavoro per la quarantena al ritorno dall’estero

Tanti i lavoratori e le lavoratrici che si sono rivolti alla CGIL di Treviso. Nicola Atalmi: «Servono soluzioni ragionevoli»

Si moltiplicano i casi segnalati alla CGIL trevigiana di lavoratori che, di rientro dall’estero, obbligati a rispettare il periodo di quarantena di 14 giorni che è riconosciuto dall’Inps come malattia, si vedono sanzionati dal datore di lavoro per inadempienza contrattuale, con provvedimenti disciplinari anche pesanti. A far emergere tale problematica Nicola Atalmi della segreteria generale della CGIL con delega all’immigrazione.

Cosa sta succedendo? Dopo ormai un anno di restrizioni agli spostamenti a causa della pandemia sono tantissimi i casi di lavoratori immigrati che non vedono da più di un anno i loro familiari o che devono comunque recarsi nei loro paesi di origine per questioni burocratiche, per cui organizzano quando è possibile un periodo di ferie, ma al rientro non possono tornare al lavoro perché devono rispettare il periodo di quarantena di 14 giorni previsto dalle norme in materia. Questa quarantena è riconosciuta dall’Inps come malattia, per cui non vi è danno economico per l’azienda. Malgrado ciò viene comunque contestato ai dipendenti il fatto che, essendo a conoscenza di tale obbligo di quarantena ancor prima di partire per le ferie (dato che sanno che si recheranno all’estero), violano la correttezza e buona fede nel rapporto di lavoro, sapendo di fatto che il giorno previsto quale rientro al lavoro dalle ferie non verrà rispettato (dovendo appunto fare la quarantena), con conseguenti problemi nella organizzazione del lavoro.

«Alle nostre sedi si presentano lavoratrici e lavoratori che, nella stessa situazione, si vedono comminare sanzioni disciplinari anche pesanti verso le quali, in mancanza di una specifica norma, non è facile impostare una difesa -spiega Nicola Atalmi- Ha fatto molto discutere in tal senso un caso in Trentino che è arrivato fino licenziamento del dipendente, licenziamento ritenuto poi legittimo dal Tribunale. Ma, al di là di come è stato affrontato dal Giudice del Lavoro l’unico precedente che è stato reso pubblico, non c’è comunque una chiara normativa che permetta indiscutibilmente all’azienda di sanzionare il dipendente “reo” di aver fatto le ferie nel proprio paese di origine dovendo poi sottoporsi alla quarantena prevista. Quindi, oltre che politicamente e sindacalmente, anche dal punto di vista giuridico questo tipo di sanzioni sono discutibili».

«La sensazione, visto l’intensificarsi di questi casi, è che vi sia da parte delle associazioni imprenditoriali una precisa indicazione ai loro associati in tal senso, e questo ci preoccupa -aggiunge Atalmi- È evidente, infatti, che ci troviamo in una situazione straordinaria che richiede uno sforzo di buon senso in più da parte di tutti. Durante questi lunghi mesi di restrizioni causate dal Covid i tanti lavoratori stranieri, che sono una parte importante del nostro sistema produttivo, hanno condiviso le medesime restrizioni e difficoltà, contribuendo a tenere comunque in funzione le nostre fabbriche anche nei periodi più duri del lockdown. I loro affetti, le loro famiglie, ma anche impellenti necessità burocratiche, molto spesso, sono a parecchie ore di volo da qui, per cui per queste persone diventa impossibile programmare un rientro in patria che sommi anche la quarantena, senza superare le ferie a loro disposizione o che l’azienda è disposta a concedere. Dobbiamo trovare un modo per tenere assieme queste legittime esigenze e il diritto alle ferie con le restrizioni dovute al Covid. Come CGIL –  conclude Atalmi – siamo sempre a disposizione con le nostre Rsu presenti nelle aziende per affrontare questi problemi trovando soluzioni ragionevoli, ci auguriamo che anche le nostre controparti facciano altrettanto».

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