Piazza telecamere per stanare i dipendenti-ladri, imprenditore condannato

Un 50enne, titolare di una nota azienda di Salgareda, si è ritrovato con un decreto penale di condanna di 600 euro. Dopo aver fatto opposizione davanti al giudice monocratico è uscita dal processo una sentenza più pesante cioè di mille euro di ammenda

Una telecamera installata in azienda

Ossessionato dal fatto che gli operai gli rubassero il materiale prodotto nella sua fabbrica di laterizi aveva installato sei telecamere di video sorveglianza tenendo però all'oscuro di tutto il personale. Ma gli occhi indiscreti che avrebbero dovuto pizzicare il presunto ladro si sono trasformati in un boomerang e così l'uomo, un imprenditore 50enne titolare di una nota azienda di Salgareda, si è ritrovato con un decreto penale di condanna. 600 euro l'ammontare della multa contro cui D.B. ha fatto opposizione davanti al giudice monocratico ma dal processo è uscita una sentenza persino più pesante: mille euro di ammenda.

I fatti risalgono al luglio del 2016, quando a svelare il piano dello "spione" è stato un sopralluogo da parte del personale dell'Ispettorato del Lavoro, mossosi a seguito di una segnalazione. L'ispezione fa scoprire che le sei telecamere sono collegate a dei monitor che si trovano sia in una delle stanze degli uffici della zona di produzione che nell'ufficio del titolare dell'azienda. Le immagini venivano registrate e  nelle intenzioni dell'imprenditore avrebbero dovuto consentirgli di verificare che nessuno si "fregasse" il materiale utilizzato per le lavorazioni. Ma i frame venivano carpiti di nascosto senza cioè che i dipendenti fossero stati informati della presenza di telecamere in funzione, violando così le disposizioni dello Statuto dei Lavoratori.

A processo il 50enne si è difeso asserendo che lui non sapeva nulla di quella storia, che gli occhi elettronici erano stati installati dal figlio e che, in quanto legale rappresentante, non era presente al momento in cui gli ispettori hanno mosso le contestazioni. «Sapeva tutto -ha ribattuto in udienza il pubblico ministero- era in ufficio quando è iniziato il controllo e ha capito cosa stava succedendo proprio guardando i monitor con cui poteva controllare la zone di produzione. E non si è fatto trovare al telefono». Prima di far scattare il procedimento penale che ha portato al decreto di condanna l'Ispettorato del lavoro aveva intimato di spegnere le apparecchiature dando inoltre sei mesi di tempo per rimuovere l'impianto di sorveglianza interno. Ma nel gennaio del 2017, ad una nuova verifica, si è scoperto che non solo le telecamere erano ancora presenti ma che funzionavano anche e che negli ultimi mesi avevano continuato a spiare i lavoratori e a registrare tutto quello che avveniva durante le lavorazioni.

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