"La parola alla difesa"

La lettera aperta del presidente dell'Ordine degli avvocati di Treviso, Massimo Sonego

In concomitanza, da un lato, con l’apertura dell’Anno Giudiziario e, dall’altro lato, con l’astensione dall’attività d’udienza proclamata dall’Unione Camere Penali Italiane per il giorno 28 gennaio 2020 quale ulteriore forma di protesta avverso la riforma della prescrizione, questo Consiglio dell’Ordine, tramite il suo Presidente, ritiene rilevante dare ampia divulgazione alla posizione dell’Avvocatura. In questi ultimi mesi, infatti, la stampa offre ampio spazio all’acceso dibattito dei corpi politici e giudiziari intorno alle riforme del diritto e del processo penale e, in particolar modo, intorno alla riforma della prescrizione entrata in vigore da qualche settimana, la quale prevede l’arresto del decorso del termine di prescrizione dei reati dopo la pronuncia della sentenza di primo grado. Se la posizione del Governo a sostegno di tale riforma è ben definita presso l’opinione pubblica ed esprime il concetto che il blocco della prescrizione sia il rimedio per evitare il dispendio inutile dell’attività processuale, riteniamo che la posizione dell’Avvocatura – unanime e, si ricordi, condivisa in modo pressoché unitario anche dall’Accademia degli studiosi del processo penale – sia, al contrario, meno conosciuta ed abbia ingenerato giudizi frettolosi e, soprattutto, ampiamente immeritati.

È notorio che l'amministrazione della Giustizia sia in grave sofferenza e che tale sofferenza sia particolarmente sentita in ambito penale per i rilevanti valori coinvolti; a parere dell'Avvocatura, il blocco dei termini di prescrizione dei reati dopo la pronuncia della sentenza di primo grado lungi dall’essere un rimedio, al contrario, costituisce un'ulteriore spallata proprio alla possibilità di dare soddisfacente risposta alla domanda di giustizia. Il blocco dei termini della prescrizione, infatti, ha l'effetto di 'congelare' non solo il diritto dell'imputato a vedere definita la sua posizione ma anche, e soprattutto, il diritto dell'innocente a vedere riconosciuta la propria innocenza (tenendo in vita un processo che, come dice Carnelutti, di suo è già pena) e – non dimentichiamolo – sospende anche il diritto delle persone offese dai reati di vedere soddisfatta la loro legittima aspirazione ad una sentenza ed alle riparazioni patrimoniali dei danni subiti in conseguenza dei reati.

È quindi inesatto, e davvero ingiusto, attribuire all'Avvocatura l'interesse a mantenere il regime della prescrizione previgente per ragioni di convenienza dei loro assistiti ad 'evitare' la pronuncia della condanna mediante il semplice decorso del tempo; del pari, è fuorviante – e dimostra ignoranza delle regole processuali – attribuire agli Avvocati la responsabilità delle cosiddette attività 'dilatorie', in quanto la prescrizione colpisce la maggior parte dei fascicoli nel corso delle indagini preliminari, ossia prima ancora che sia consentito un qualche intervento dei difensori. Peraltro, a presidio dell’interesse pubblico a che siano evitate strumentalizzazioni delle garanzie della difesa, l’ordinamento giuridico già prevede strumenti contro l’abuso del diritto e del processo, tant’è che alle richieste di rinvio dei processi per impedimento degli imputati e dei difensori, per esempio, è automaticamente collegata la sospensione del corso della prescrizione. A tali accuse, ingenerosamente rivolte agli Avvocati da più parti ed in molteplici sedi, - non ultimo nelle recenti espressioni del dott. Piercamillo Davigo, Magistrato assunto a notorietà nazionale in seguito alle vicende di “Tangentopoli” ed ora Presidente di Sezione della Corte di Cassazione oltre che componente del CSM è necessario replicare con fermezza per riaffermare la dignità della nostra professione ed il ruolo insopprimibile della difesa tecnica, che ha rilevanza costituzionale al pari dei diritti fondamentali al processo equo, avanti un giudice terzo ed imparziale, e della sua ragionevole durata.

Se la maggior parte dei reati cade in prescrizione prima ancora che i fascicoli varchino un’aula di Tribunale e se le controversie civili presentano durate estenuanti, con serio pregiudizio per la certezza dei rapporti giuridici e con gravi ripercussioni sui rapporti sociali e sulla competitività delle nostre imprese, non è per responsabilità dell’Avvocatura. Come inesaustamente ricordato dagli stessi Presidenti di Corte d'Appello ad ogni apertura dell'anno giudiziario – soprattutto qui in Veneto – solo un adeguato potenziamento delle risorse umane e tecniche degli Uffici Giudiziari può costituire, unitamente a ponderati e calibrati interventi di riforma del diritto e del processo, la soluzione alla conclamata situazione di sofferenza della Giustizia italiana. Lungi dall'attribuirle responsabilità che assolutamente non ha, all'Avvocatura va invece riconosciuto  l'incessante sforzo di collaborazione con gli Uffici Giudiziari al fine di affrontare e risolvere le situazioni più critiche, come di frequente avviene mediante la concessione agli stessi di risorse tecniche ed umane, a spese degli Ordini degli Avvocati, per migliorare l'efficienza degli Uffici. Confidiamo, quindi, che le ragioni della nostra protesta siano, se non condivise, quanto meno comprese e rispettate, e che il dibattito tenga in adeguato conto anche le ragioni della nostra categoria: qui non si tratta di corporativismo, bensì del superiore interesse dei cittadini, che proprio noi Avvocati ci onoriamo e oneriamo di accompagnare quotidianamente nella loro domanda di Giustizia.

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