Migranti positivi a Covid-19 alla ex "Serena", Lorenzoni: «E' una vergogna nazionale»

Per il candidato del centrosinistra alle prossime regionali: «siamo al fallimento di un modello». Sulla vicenda interviene anche il SILP CGIL: «E'l’effetto di provvedimenti assunti da precedente governo che ha tagliato l’accoglienza diffusa»

Arturo Lorenzoni (al centro) con Antonio Calò e Rachele Scarpa

«Invito tutti i segretari nazionali delle forze politiche che mi sostengono a venire con me e il professor Calò alla caserma Serena: questa è una vergogna nazionale». Così si è espresso il candidato del centrosinistra alle prossime elezioni regionali Arturo Lorenzoni nel corso di una conferenza stampa tenutasi nel pomeriggio di oggi, venerdì 7 agosto, davanti alla caserma Serena di Treviso, accompagnato da Antonio Calò, già candidato alle elezioni europee del 2019 e Rachele Scarpa, giovane candidata consigliere regionale nella circoscrizione di Treviso.

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«Qui - ha detto Lorenzoni -  sono rinchiuse centinaia di persone la cui unica colpa è la povertà". Degli oltre 300 migranti all’interno della caserma almeno 250 sono risultati positivi al Covid-19. "La ex caserma Serena di Treviso - ha aggiunto il candidato del centrosinistra - è il simbolo di una cattiva gestione del problema Covid e più in generale della cosiddetta integrazione. Si fa un uso strumentale della pandemia e noi siamo chiamati a denunciare queste cose».

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«Esiste - ha proseguito Lorenzoni - un modello diverso di vera accoglienza. E' il modello di chi l'ha fatta come Antonio Calò, questo che vediamo alla Serena va contro la vera accettazione ed è nemico della vita umana».
«Qui oggi - ha concluso l'ex vice sindaco di Padova - siamo tutti chiamati ad aprire gli occhi. Il modello che funzione sono gli Sprar e l'accoglienza diffusa, questa è la strada da percorrere. Senza, peraltro, costruire "mostri" perché quello è un gioco in cui non ci guadagna nessuno». 

Sulle vicenda interviene anche il sindacato di polizia SILP CGIL

Per il SILP «si chiedono spiegazioni al proprio datore di lavoro, cioè al Questore, da molto più tempo, ricevendo solo risposte formali, asettiche, vorremmo dire minimaliste. Mentre la tensione sale e le frizioni tra i diversi soggetti istituzionali coinvolti assume le forme del vero e proprio litigio, sul chi deve fare cosa. La realtà è che nessuno sa più cosa fare, bloccati da incroci di competenze, in parte disattese, e l’incapacità concreta di trovare una soluzione in tempi rapidissimi».

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«La risposta - afferma il sindacato - è chiara ma certamente scomoda: è l’effetto di provvedimenti assunti da esponenti del precedente governo che, con piglio tanto risoluto quanto sconsiderato, hanno tagliato radicalmente il sistema dell’accoglienza diffusa, provocando la chiusura di centinaia di strutture, di piccole e medie dimensioni da parte degli immigrati. Che prima hanno cercato soluzioni alternative, poi, progressivamente, hanno trovato un punto di ricovero solamente nelle grandi strutture rappresentate dalle ex caserme. Ma qualcuno non aveva fatto i conti con il Covid 19! E quella che si voleva far passare come una splendida operazione, ovvero lo svuotamento dei centri di accoglienza, si è rivelata una fucina di contagi».

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