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Elena Vio

Elena Vio

Infermiera rifiuta il vaccino ma è pronta a tornare in terapia intensiva Covid

Elena Vio, trevigiana di 54 anni, lavora presso il reparto di terapia intensiva neonatale dell'ospedale Ca' Foncello di Treviso ed è pronta al ritorno in prima linea: «Non ho assolutamente paura»

Elena Vio, infermiera trevigiana di 54 anni, lavora da molti anni presso il reparto di terapia intensiva neonatale dell'ospedale Ca' Foncello. Come già successo in occasione della prima e seconda ondata, anche in occasione di questa terza ondata della pandemia di Covid-19, si prepara a tornare in prima linea, nel reparto di terapia intensiva dedicato ai pazienti che hanno contratto il coronavirus. Elena Vio è tra le poche infermiere del nosocomio trevigiano (in cui lavora da quasi trent'anni) ad aver rifiutato la vaccinazione, giudicandola poco sicura. Una posizione certamente scomoda quella dei "no vax" trevigiani, a cui la dirigenza dell'Ulss 2 ha dichiarato guerra apertamente, minacciando azioni disciplinari e legali.

Elena Vio, perchè non ha voluto vaccinarsi?

«Io non voglio vaccinarmi perché questo qui è un vaccino che è sperimentale, è stato autorizzato in via provvisoria perché è un farmaco in monitoraggio addizionale. Significa che non abbiamo tante informazioni, è un farmaco che è stato sperimentato poco e le aziende che lo hanno prodotto, tutte le case farmaceutiche, hanno ottenuto l'autorizzazione all'immissione in commercio temporanea. I dati effettivi si avranno solo alla fine del 2023. Pertanto non ritengo etico e giusto utilizzare un farmaco del quale non sono noti gli effetti collaterali, anche a lunga distanza. Non si conosce la percentuale di efficacia, non si sa se la persona vaccinata possa a sua volta reinfettarsi e trasmettere l'infezione, non si ha sicurezza di nulla. Pertanto io, per il principio di precauzione preferisco attendere».

A breve dovrà tornare a lavorare nel reparto di terapia intensiva Covid. E' preoccupata?

«Non ho assolutamente paura, io da sempre, da quando è iniziata questa problematica l'azienda ha provveduto a fornirci di tutti i dispositivi di protezione individuale che io ho sempre utilizzato, senza avere mai nessun problema perché sono dispositivi sufficienti a prevenire l'infezione per me e anche eventualmente a difendere gli altri. Per cui io sono assolutamente tranquilla. In più ci sono stati dei casi di positività anche in soggetti che sono stati già vaccinati. Pertanto si conferma ciò che l'azienda stessa, Ema ed Aifa, hanno detto: non ci sono ancora certezze su questa cosa tanto è vero che i vaccinati non vanno via senza i dispositivi di protezione, li devono utilizzare comunque anche loro proprio per questo motivo qui. Ed è scritto, lo hanno scritto: anche la persona che sarà vaccinata comunque dovrà continuare a proteggersi esattamente come prima».

La sua avversione ai vaccini è dovuta anche ad una disavventura vissuta qualche tempo fa. Ce la racconta?

«Ho una figlia di 14 anni e mezzo e abbiamo avuto un'esperienza di danno da vaccino che noi stessi non volevamo riconoscere, poi abbiamo fatto tutte le nostre indagini, abbiamo correlato gli avvenimenti con le vaccinazioni. In ospedale, quando ha avuto un'encefalite, ci è stato detto che era una tipica reazione post-vaccinica. Da quel momento ho cominciato ad informarmi e mi sono reso conto di una realtà che non conoscevo. Ad esempio dell'esistenza di una legge, al 210 del '92 che tutela i danneggiati da emotrasfusioni e da vaccinazioni. A tutt'oggi più di 600 persone sono state risarcite e migliaia sono le cause pendenti: da li ho cominciato a fare una serie di ricerche e ho scoperto che i danni da vaccino ci sono. Ci sono anche i morti, anche in Italia, nel mondo continuano ad esserci danni da vaccinazione. Basta andare a documentarsi, però se nessuno te lo dice, tu non ti documenti, e quindi non lo sai. Quindi come dicono i ministri della salute che si sono susseguiti in questi anni, non esistono danni da vaccino. No, non è vero: questa è una bugia».

In Veneto il Covid ha provocato più di 10mila morti. Perchè sostiene che il vaccino non sarebbe la soluzione?

«Non abbiamo nessun dato scientifico. Ricordiamoci che è un farmaco sperimentale e dati scientifici non ci sono: di solito per un vaccino servono anni di sperimentazione, prima sugli animali e dopo sulle persone. L'estate scorsa il vaccino era già pronto: com'è stato possibile? I danni a lungo termine come puoi prevederli nel giro di due tre mesi. Ci sono danni che possono venire fuori a distanza di tanto tempo ed è per questo che con la prima Sars non è stato possibile fare il vaccino perché un vaccino sperimentato su lungo periodo ha dimostrato degli effetti collaterali molto gravi tant'è che non è stato possibile, proprio per il profilo di sicurezza, farlo».

In azienda ormai c'è una forte ostilità nei confronti di chi non si vaccina. Che aria tire nei confronti di chi ha posizioni come le sue?

«Anche qui si va a macchia di leopardo. Ci sono reparti dove non ci sono particolari problemi: io ad esempio non ho subito particolari pressioni, ma ci sono colleghe che sono state aggredite in modo verbalmente violento dal primario e addirittura sospese senza rispettare l'iter di valutazione per verificare l'idoneità alla mansione lavorativa. Questo è gravissimo: ci sono stati degli abusi di potere che avranno sicuramente un seguito dal punto di vista legale».

Si sente discriminata?

«Ci sono dei casi nei quali il personale sanitario, una volta effettuata la vaccinazione è stata data questa spilla con scritto “io sono vaccinato” che queste persone appuntano sulla loro divisa facendo in maniera che sia riconoscibilissimo, di primo acchito, chi è stato vaccinato e chi no. C'è una sentenza del Consiglio d'Europa di fine gennaio che ha messo nero su bianco una direttiva data a tutti gli Stati europei, non solo a quelli della Ue, in cui si specifica che la vaccinazione non può essere imposta e non vi possono essere discriminazioni relative al fatto che uno si sia vaccinato o no. Stanno cominciando a fare delle riunioni solo per vaccinati e questo è gravissimo, una cosa inusitata, mai sentita. Siamo tornati proprio all'epoca del fascismo e purtroppo questo è avvallato dai coordinatori. Io non so' quanto legale sia questa cosa perché purtroppo, secondo me, tante persone che sono in ospedale, ai posti di comando, stanno agendo veramente fuori dalla legalità, senza neppure rendersene conto. I dati delle vaccinazioni ad esempio: siamo stati minacciati attraverso i giornali che sarebbero state redatte delle liste di tutto il personale non vaccinato da inviare all'ordine. Questo è gravissimo: la vaccinazione è un dato sensibile che non può essere manovrato e visionato da nessuno, solamente dal medico competente, meno che meno dal datore di lavoro, primari, caposala, direttore generale o ordine delle professioni infermieristiche. Sono dichiarazioni gravissime queste».

Che ruolo hanno avuto i media in questa vicenda?

«Ci siamo sentiti attaccati: quando sui giornali, in più articoli, reiterando e calcando la voce, tu informi l'opinione pubblica e parli di queste cose è come se dicessero "adesso mettiamo una bella lista di tutti gli infermieri hbsg positivi o hiv positivi". Scriviamo in pubblica piazza tutti i residenti di Treviso che hanno l'hiv: è la stessa identica cosa. Questa rischia di essere una violazione della nostra privacy, incredibile».

Avete mai tentato di avere un dialogo con il direttore generale dell'Ulss 2, Francesco Benazzi?

«Al dottor Benazzi abbiamo mandato una lettera aperta, mandata via pec, dove noi abbiamo espresso le nostre osservazioni e abbiamo atteso una risposta che però da parte sua non c'è mai stata. L'unico ha risponderci è stato il presidente dell'ordine delle professioni infermieristiche che ha ricalcato una posizione di assoluta chiusura, richiamandoci al nostro codice deontologico. Lo stesso codice che però ci impone di perseguire la salute dell'utente, de paziente, di aiutarlo in questo percorso di cura. Non possiamo imporgli e consigliare e anche fare nostra una vaccinazione della quale non sappiamo e non abbiamo i dati. Non c'è un'evidenza scientifica di sicurezza e di efficacia. Pertanto, nel rispetto del paziente, questa vaccinazione deve essere sempre facoltativa anche perché nelle note informative inviateci via mail dalla direzione, che sono le note di Aifa, Ema e anche quella che sarebbe da allegare al consenso informato, c'è proprio scritto nero su bianco: non si possono prevedere danni a lunga distanza. L'azienda mi scrive questo. Allora io non posso essere obbligato e nessuno può essere obbligato a fare una vaccinazione nella quale non ho idea se vi potranno essere danni, danni peraltro che l'azienda non pagherà e come si è visto difficilmente potranno essere correlati alla vaccinazione. Nel dubbio bisogna avere il principio di precauzione».

Avete chiesto una consulenza legale?

«Ci siamo già attivati con una serie di consultazioni a livello legale e a breve partiremo con un'azione volta a difendere e tutelare tutte le persone che vorrebbero la libertà di scelta».

Lei sostiene che sono state tralasciate le cure domiciliari. Perchè?

«Io ho già lavorato nel reparto covid: si fa davvero di tutto per salvare queste persone in ospedale. Quello che mi lascia perplessa è il discorso del trattamento a casa. Dall'anno scorso e anche personalmente in famiglia abbiamo ricorso alle cure di medici che curano utilizzando un protocollo di terapia che è quello proposto da dei gruppi di medici che curano in modo eccelso le persone a casa, in modo personalizzato: curando la persona, andando casa per casa, sentendosi telefonicamente ogni giorno, veramente tenendo sotto controllo la persona. Hanno avuto una percentuale di successo eccezionale, si sono azzerate le ospedalizzazioni: questo secondo me è l'obiettivo dove dobbiamo arrivare. E' il modello proposto dal dottor Szumski che fa parte del gruppo terapia domiciliare Covid-19, di cui anch'io faccio parte dal punto di vista infermieristico perché mi sembra la cosa migliore poter trattare il paziente a casa nel suo ambiente domestico, in mezzo alle persone a cui lui vuole bene e da cui si sente tutelato. Una volta che si arriva in ospedale il paziente viene lasciato da solo e per quanto il personale sia favoloso e gli siano prestate tutte le cure necessarie, è comunque da solo. Non può vedere nessuno, soprattutto se sono pazienti anziani vanno incontro ad episodi in cui non si capiscono più, vanno in confusione mentale. Questo non aiuta la malattia perché l'approccio di una persona cara fa parte della cura».

Quale approccio è quello più adeguato a suo avviso?

«Non capisco per quale motivo il dottor Szumski che lavora nel territorio e ha informato sempre, in modo puntuale, autorità sanitarie e politiche regionali, purtroppo non è mai stato calcolato. Anzi abbiamo visto il direttore generale che si è scagliato contro di lui sui giornali, pubblicando dei dati non corretti, tant'è che dopo il dottor Szumski che è anche sindaco del suo paese, ha potuto dimostrare che non era la realtà quello che il direttore aveva detto. Dall'anno scorso il dottor Szumski, così come gli altri, ha sempre agito nella legalità, informando le autorità sanitarie. Non si capisce percè non si ritengono valide le esperienza sul campo di ottima riuscita, con evidenza scientifiche, mentre per un vaccino dove non c'è l'evidenza scientifica, deve essere imposto».

Siamo alla terza ondata. Mascherine e distanziamento sono ancora l'unico metodo di prevenzione?

«Dal mio punto di vista no, abbiamo riaperto di nuovo la terapia intensiva aggiuntiva in ospedale a Treviso: io non me l'aspettavo si sarebbe aperta e se i vaccini funzionano... ormai è dalla fine di dicembre che abbiamo cominciato a vaccinare le persone. Abbiamo dei distanziamenti terrificanti, abbiamo il coprifuoco, ho una mamma che è del 1924: ha avuto il coprifuoco solo quando c'era chi sparava a porte e finestre. Ma vogliamo scherzare? Non possiamo muoverci di casa per andare a trovare la mamma. Ci sono persone che non vedono i parenti da mesi e mesi. A cosa è servito?».

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