Sparatoria, scatta la tolleranza zero: «A Treviso non ci sono zone franche»

Il Questore, Vito Montaruli, ha ricostruito le fasi della cattura di Branko Durdevic, il rom 36enne che lunedì scorso ha sparato allo zio Joco. Gli investigatori della squadra mobile: «Ha capito che non poteva andare da nessuna parte»

«Ha capito che non poteva andare da nessuna parte»: gli investigatori della squadra mobile hanno raccontato in questo modo la resa di Branko Durdevic, il 36enne rom che lunedì scorso di è consegnato alcune ore dopo aver sparato allo zio Joco, 52 anni, (attualmente è ancora in fin di vita al Ca' Foncello di Treviso) che era venuto a fargli visita in Borgo Capriolo, nel quartiere di Santa Bona. Gli investigatori hanno monitorato fin da subito il telefono cellulare di Branko. L'uomo è scappato attraverso i campi e si è poi nascosto a circa due chilometri dalla villetta in cui si era consumato lo scontro con lo zio, provando a telefonare ai parenti: sarebbero stati loro a mediare con la Questura la sua consegna, spontanea, concordando un luogo in cui essere prelevato dai poliziotti. Resta il giallo della pistola con cui il 36enne ha sparato, non più ritrovata.

«Quello che è successo è frutto di una situazione degradata, abbiamo voluto dare un segnale immediato: non esistono zone franche, è necessario vengano utilizzate tutte le risorse possibili dello Stato per risolvere le controversie. L'uso della forza è riservata alle forze dello Stato, queste forme di autotutela non sono consentite, ne' tollerabili. E' stato lanciato un segnale importante: dobbiamo coglierlo affinchè fatti del genere non si ripetano»: ha commentato il Questore di Treviso, Vito Montaruli, complimentandosi con gli investigatori.

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