Campagna sessista di una cantina trevigiana: lanciato il vino "Punto G"

Melania Pavan, attivista di "Non Una Di Meno" di Treviso: «Non è una scelta casuale, ironica ne tanto meno lusinghiera, è il chiaro intento di far passare il messaggio secondo cui la donna sia una preda da sedurre, meglio ancora con un paio di bicchieri di vino»

Un brindisi

«La luce foca di una candela, un sottofondo musicale che tocca le corde dell'anima, il buon cibo, possibilmente afrodisiaco, ecco la ricetta magica per la cena più romantica di tutto l'anno. Ma qual è l'ingrediente forse più importante, per scaldare l'atmosfera e rendere la serata indimenticabile? Il vino». Sono queste le parole utilizzate dalla nota cantina "Ponte", di Ponte di Piave, per pubblicizzare un nuovo prodotto pensato romanticamente per la prossima festa degli innamorati. Non ci sarebbe nulla di male se non per la scelta. di dubbio gusto, di chiamare questo particolare spumante con il nome di "Punto G". «E la formula segreta per un San Valentino -continua ancora il testo che pubblicizza questo prodotto- alla scoperta del piacere dei sensi. Ideale come aperitivo, Punto G si abbina magnifcamente ad antipasti e piatti di pesce. Perfetto a tutto pasto». La polemica non poteva farsi attendere e puntualmente è arrivata da parte dell'associazione "Non una di meno" di Treviso che ha bollato come sessista il vino "Punto G". L'azienda, da noi interpellata, ha preferito non rilasciare nessun commento di sorta.

«Un paio di osservazioni sulla campagna marketing del vino "Punto G" -commenta Melania Pavan, attivista del movimento transfemminista Non Una Di Meno, nodo di Treviso- nel clima già abbastanza aberrante delle vicende Sanremesi, dalle frasi mai smentite o ritrattate di Amadeus, alla partecipazione del trapper pro femminicidio Junior Cally fino alla ridicola e pericolosa presa di posizione di Salvini che rivelano quanto ancora la nostra società sia machista e patriarcale e quanto la violenza di genere sia sistematica e strutturale a qualsiasi livello, dalle narrazioni dei media fino alle campagne pubblicitarie, ci mancava solo l'ennesima oggettificazione e strumentalizzazione della figura femminile per San Valentino da parte di un'azienda vinicola del nostro territorio. "Ma fattela una risata" direbbe qualcuno e invece no il linguaggio è importante, la comunicazione è importante e chiamare un vino "punto g" non è una scelta casuale, ironica ne tanto meno lusinghiera, è il chiaro intento di far passare il messaggio consumistico, capitalistico e patriarcale secondo cui la donna sia una preda da sedurre, meglio ancora con un paio di bicchieri di vino che non si sa mai che poi ceda più facilmente. C'è anche un chiaro intento di far polemica per far parlare di sè e del prodotto, perchè bene o male che sia l'importante è che se ne parli no?».

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«E allora in quanto transfemminista sarò breve -continua Melania Pavan- in un paese dove gli uomini che uccidono le donne sembrano moltiplicarsi giorno dopo giorno, in cui una donna che subisce uno stupro viene colpevolizzata e violentata dai media e dai tribunali, in un periodo in cui i diritti delle donne e delle soggettività LGBTQIA+ sono sempre più spesso sotto attacco, sinceramente vedere la vendita di un prodotto del genere non mi fa sorridere ne prendere la cosa con leggerezza. Vorrei ricordare alla collettività che proprio l'alcol a volte viene usato contro una donna che subisce violenza, perchè o ha bevuto troppo e quindi se l'è cercata, o proprio perchè a volte l'alcol è lo strumento grazie al quale qualche maledetto maschio alpha spera di far cadere ai propri piedi una donna che magari di questo soggetto proprio non ne vuole sapere. In un paese in cui ancora il concetto di consenso non è per niente chiaro anzi, pensare ancora ad una donna come preda da sedurre (o sedare con il vino...) è una scelta volutamente patriarcale e oppressiva. Senza contare che a quanto pare per questa azienda l'amore pare essere ad appannaggio solo dei soggetti binari, uomo e donna, senza valorizzare, se proprio si fosse voluto, l'amore tra tutte le soggettività che non siano quelle tanto benvolute da chi difende la famiglia tradizionale. Insomma si è persa una buona occasione di tacere e magari di trovare strategie di marketing altre per sponsorizzare un prodotto. A chi potrebbe accusarmi che ormai da quando ci sono le femministe non si può più dire nulla, vorrei ricordare loro che il problema è il patriarcato e non il femminismo».

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