Ca' Foncello, visita del Vescovo: «Il vostro lavoro è una vocazione»

Mercoledì 23 settembre Monsignor Michele Tomasi ha incontrato il personale dell'ospedale trevigiano e portato il suo saluto ai pazienti ricoverati in Pediatria

In foto due momenti della visita del Vescovo (Credits Ulss 2)

«Ce la faremo se ci prenderemo cura gli uni degli altri»: questo il messaggio che il Vescovo di Treviso, Monsignor Michele Tomasi, ha dato mercoledì 23 settembre nel corso della sua prima visita al Ca’ Foncello dopo l’incontro e la messa di marzo.

Il Vescovo, a causa delle limitazioni legate alla pandemia, ha incontrato solo una ristretta delegazione del personale e fatto poi visita, accompagnato dal direttore generale, Francesco Benazzi, al Reparto di Pediatria, in rappresentanza di tutte le Unità Operative. «Siete persone che fanno bene il bene, nell’ambito di un mestiere che è la risposta a una vocazione, a un servizio. La vocazione di un ospedale - ha sottolineato Mons. Tomasi, rivolgendosi al personale dell’Ulss 2 - è di prendersi cura dei pazienti, non solo di guarirli, e la realtà del servizio sanitario è parte integrante della comunità civile che deve sostenerne, accompagnarne e riconoscerne la validità».

Foto 2 Visita Vescovo Tv al Ca Foncello-2

«Ringrazio Il Vescovo e tutti i religiosi che prestano servizio nelle nostre strutture, per l’aiuto e il supporto che ci hanno dato e quotidianamente continuano a darci per affrontare una pandemia che è ancora per i malati ma, anche, per i nostri operatori, fonte di sofferenza» ha sottolineato il direttore generale dell'Ulss2, Francesco Benazzi. Toccante, nel corso della visita, la testimonianza di alcuni infermieri che hanno raccontato il vissuto, difficile e complesso, da un punto di vista umano oltre che professionale, del periodo del lockdown, caratterizzato dalla sofferenza dei malati e dei familiari, costretti a vivere in solitudine la malattia e la morte. «È stata un’esperienza molto toccante - hanno detto - Abbiamo cercato, in tutti i modi, di dare ai nostri malati l’affetto e la vicinanza che non potevano avere dai familiari e, anche, di fare da tramite, utilizzando tutte le modalità possibili, tra i pazienti e i loro cari». 

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