Covid: l'intestino può essere responsabile della gravità e della risposta immunitaria

Campioni fecali di pazienti positivi dimostrano che il virus oltre che attaccare i polmoni tende a diffondersi anche nell’apparato gastrointestinale

I sintomi respiratori (tosse secca, difficoltà respiratoria), accompagnati da febbre, sono quelli più comuni del Coronavirus, nonostante l’infezione non sia localizzata solamente nell’apparato respiratorio. Proprio i medici cinesi, sulla base della loro esperienza sul campo, sono stati i primi a evidenziare che nell’evoluzione di questa malattia anche il microbiota intestinale gioca un ruolo rilevante.

Uno studio ha infatti dimostrato che il 50% dei pazienti presi in oggetto ha manifestato sintomi come nausea, diarrea, vomito, dolore addominale. Inoltre, l’RNA SARS-CoV-2 è stato rilevato anche in campioni di feci, suscitando il sospetto che il tratto gastrointestinale sia un sito aggiuntivo di replicazione virale.

Gli organismi microscopici che vivono nel nostro intestino possono influenzare la gravità del COVID e la risposta immunitaria del corpo ad esso e potrebbero spiegare i sintomi persistenti, hanno riferito i ricercatori lunedì 11 gennaio 2021 sulla rivista Gut. Hanno scoperto che i microrganismi intestinali nei pazienti COVID erano molto diversi da quelli negli individui non infetti. 

"Ai pazienti COVID mancano alcuni batteri buoni noti per regolare il nostro sistema immunitario", ha detto il dott. Siew Ng dell'Università cinese di Hong Kong.  La presenza di un assortimento anormale di batteri intestinali, o "disbiosi", persiste dopo che il virus è scomparso e potrebbe svolgere un ruolo nei sintomi di lunga durata che affliggono alcuni pazienti, ha detto.  Il suo team ha sviluppato una formula orale di batteri vivi noti come probiotici e una capsula speciale per proteggere gli organismi fino a quando non raggiungono l'intestino.

Risultati dello studio

La composizione del microbioma intestinale è stata significativamente alterata nei pazienti con COVID-19 rispetto agli individui non COVID-19 indipendentemente dal fatto che i pazienti avessero ricevuto farmaci (p <0,01). Diversi commensali intestinali con potenziale immunomodulatore noto come Faecalibacterium prausnitzii , Eubacterium rectale e bifidobatteri erano sottorappresentati nei pazienti e sono rimasti bassi nei campioni raccolti fino a 30 giorni dopo la risoluzione della malattia. Inoltre, questa composizione perturbata ha mostrato stratificazione con gravità della malattia concordante con concentrazioni elevate di citochine infiammatorie e marcatori del sangue come la proteina C reattiva, lattato deidrogenasi, aspartato aminotransferasi e gamma-glutamil transferasi.

Asse intestino-polmone

La presenza di sintomi gastrointestinali associabili a Covid-19 e il rinvenimento del virus SRAS-CoV-2 in campioni fecali di pazienti infetti fa pensare che il virus oltre che attaccare i polmoni tenda a diffondersi anche nell’apparato gastrointestinale.

Diverse ricerche hanno accertato un rapporto tra i batteri del microbiota intestinale e quelli del microbiota polmonare, tanto che si parla di “asse intestino-polmoni”. Un rapporto che è bidirezionale, in quanto i metaboliti dei microbi presenti nella flora intestinale possono venire a contatto, attraverso la circolazione sanguigna, con il microbiota polmonare e un’infezione polmonare può influire negativamente sull’equilibrio del microbiota intestinale.

Microbiota e sistema immunitario
Un altro aspetto riguarda il rapporto del microbiota intestinale con il sistema immunitario. Gli studi più recenti indicano che il microbiota dell’intestino ha un ruolo importante nella regolazione delle funzioni innate e adattative del sistema immunitario.

Quindi nella risposta al coronavirus, il microbiota potrebbe essere chiamato in causa sia per una risposta immunitaria troppo debole, che rende il soggetto più suscettibile all’infezione, sia per una risposta infiammatoria eccessiva che aggrava il decorso clinico.

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