Andrea, tirocinante in Olanda ai tempi del Coronavirus: «Avverto molta imprudenza qui»

Da Ponte di Piave alla Universiteit Van Amsterdam per il tirocinio: «L'idea di tornare mi ha solamente sfiorato, ma non ho un'assicurazione sanitaria olandese»

In questo periodo legato alle evidenti difficoltà di spostamenti, non solo in Italia ma in tutto il Mondo, ci arriva la testimonianza di Andrea, 23enne tirocinante trevigiano all'Universiteit Van Amsterdam. In Olanda dopo una prima laurea in Psicologia a Trieste, ed una seconda laurea magistrale in Psicologia Clinica che sta frequentando all'Università degli Studi di Padova, Andrea di trova ora a combattere il Coronavirus all'estero e per questo abbiamo cercato di capire come stesse passando questi primi giorni di isolamento.

Cosa fai lì, da quanto tempo sei in Olanda e quanto hai intenzione di rimanerci?
«Sono arrivato ad Amsterdam lo scorso 19 febbraio per svolgere un periodo di tirocinio curriculare usufruendo della borsa Erasmus+ Traineeship. Sono tirocinante all'Universiteit Van Amsterdam e mi occupo di ricerca sullo sviluppo di sintomi del disturbo d'ansia sociale in bambini di età compresa tra i 2 e i 7 anni e mezzo. In più, ho anche scelto di scrivere la tesi all'estero così da poter utilizzare i dati della ricerca che sto effettuando. Il tirocinio ha durata di poco superiore ai 3 mesi e dovrei ritornare in Italia il 4 giugno (compagnie aeree e politiche permettendo). La durata del tirocinio è stata dettata dalle scadenze burocratiche per la sessione di laurea estiva».

Hai intenzione di tornare?
«L'idea di tornare mi ha solamente sfiorato essenzialmente per due motivi: il primo è che mia madre vive da sola, il secondo è che vivendo ad Amsterdam per solamente tre mesi, non ho l'obbligo di registrarmi al comune. Di conseguenza non ho un'assicurazione sanitaria olandese, ma solamente quella Europea».

Quale è tua reazione personale nei confronti del virus e soprattutto l'impatto che ha sulla tua vita/quotidianità?
«Essendo Italiano, il virus ha avuto un forte impatto emotivo sulla mia esperienza all'estero prima ancora che diventasse un tema da trattare qui nei Paesi Bassi. Presentarmi a lavoro in università mentre amici e familiari in Italia sono rinchiusi in casa o costretti ad andare a lavorare col rischio di essere contagiati mi ha destabilizzato. Era come se vivessi in un limbo tra i Paesi Bassi e l' Italia. Inoltre, quando sono apparsi i primi casi nei Paesi Bassi, ho cercato sin da subito di applicare le norme di prevenzione più semplici, dall'uscire il meno possibile, al tenere una certa distanza minima dalle altre persone. Qui siamo circa due settimane in ritardo rispetto all'Italia e la situazione è in continuo divenire. All' inizio hanno chiuso le scuole e cancellato eventi al chiuso con più di 100 persone. Successivamente hanno chiuso i ristoranti, i pub, i canali "horeca", le famose vetrine nel quartiere a luci rosse e anche i coffee shop. L'annuncio è pervenuto alle 17.30 di domenica scorsa per una chiusura effettiva alle 18. Si è scatenato il panico e flotte di persone si sono messe in fila davanti alle vetrine delle prostitute e dei coffee shop. Infatti il giorno seguente il governo ha ritrattato e ha concesso ai coffee shop di poter essere aperti solamente per take away. In particolare, la scelta di chiudere i pub in teoria è stata adottata in seguito a pressioni internazionali, in quanto i belgi, sottoposti a quarantena, varcavano il confine per andare a fare festa nei locali olandesi. Il Primo Ministro ha parlato di una politica mirata ad ottenere l'immunità di gregge. Da quello che ho capito, gli olandesi, abituati ad essere popolo di mercanti, crede che i morti che vengano evitati dalla diffusione del COVID-19 si abbiano in tempi successivi per la crisi economica che le politiche di quarantena comporterebbero. Proprio giovedì, tra l'altro, il Ministro della Sanità si è dimesso». 

Come è cambiata la tua vita negli ultimi giorni?
«Il mio lavoro ha subito forti sconvolgimenti. Non posso più lavorare in università, ma per fortuna posso ancora confrontarmi con i miei supervisori per via telematica e lavorare alla tesi e analisi dei dati tramite laptop. Inoltre, ho scelto di rinchiudermi in casa nonostante molte persone vadano in giro tranquillamente, si allenino in gruppo nei parchi (perché le palestre sono chiuse), o vadano a fare shopping (i negozi sono aperti). Secondo me, la situazione è molto simile a quella italiana di qualche giorno fa». 

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Come ti sembra la reazione dell'Olanda e dei suoi abitanti nei confronti del virus?
«Vedo e avverto molta imprudenza qua nei Paesi Bassi. Ho sentito interviste dove i politici ritengono la chiusura delle scuole come un fattore di rischio dato che i bambini starebbero a casa con i nonni. In ospedale una gran percentuale è risultata positiva ai tamponi.  Perciò, non sono preoccupato di essere lontano dall' Italia, ma forse di essere in una nazione che non ha ancora capito come contrastare la pandemia. Gli olandesi molto lentamente stanno prendendo coscienza della gravità dell'epidemia, ma con l'arrivo delle belle giornate (nell' ultimo mese ha piovuto praticamente ogni giorno) ho visto i parchi riempirsi e gli scaffali dei supermercati svuotarsi. Al supermercato ci sono avvisi che impongono di stare ad un metro e mezzo di distanza dagli altri, ma sono gli stessi commessi i primi a non rispettarlo.  La situazione è molto confusa così come lo sono gli olandesi secondo me. Ci sono persone più caute e altre più trasandate, ma si sa, tutto il mondo è paese».

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