La serie A e il calcio a quelli che ce lo fanno vedere in tv

Non sono stati presi in considerazione nei mesi di stop, neppure per una eventuale ripresa sono stati interpellati. Sono i tecnici audio/video che permettono alle tv di trasmettere i tanti eventi sportivi. Tra questi 350 anche tanti trevigiani

Il calcio ai tempi del Coronavirus

Senza lavoro tantissimi professionisti, si riconoscono dietro la sigla BroadcasTeam, nata per affrontare la crisi che sta investendo il loro settore. Sono quelli che garantiscono ai telespettatori di assistere a una partita o a un concerto da casa, con la qualità altissima a cui ormai si è tutti abituati. BroadcasTeam è un gruppo nato spontaneamente da 350 lavoratori del mondo broadcast italiano, tanti di questi sono padovani. Questi lavoratori non hanno nessuna garanzia o ammortizzatore sociale e di fatto sono tre mesi che ricevono un compenso. Neppure ai "seicento" euro che il governo ha distribuito come aiuto alle partite Iva, hanno avuto accesso. Sentendosi invisibili, visto che anche nella discussione sulla pertinenza di far ripartire o meno il campionato di calcio, quelli di A e B, loro non sono stati inclusi, hanno deciso di uscire allo scoperto e  pongono una serie di domande molto pertinenti e sulle quali non è male riflettere. Anche come consumatori di eventi tv. Cameramen, tecnici audio e luci o quelli che lavorano in tempo reale per mostrare replay e particolari momenti delle partite, gli highlights e non solo. Sono infatti gli stessi che vengono impiegati per documentare le corse e nei concerti. Una delle tante categorie considerata in qualche modo ancora "nuova" e quindi non ben inquadrata. Hanno deciso di scrivere un appello a mezzo stampa per far conoscere la loro situazione in vista di una eventuale ripresa. Perché non c'è solo l'aspetto economico. Di mezzo c'è anche la salute. 

Tu che guardi

«Tu che stai leggendo - scrivono quelli del BroadcasTeam - potresti essere un politico, un amministratore, rappresentante di categoria, operaio, giornalista, disoccupato. Non importa, perché accendendo la tv, l’avrai pur vista una partita di calcio o qualsiasi altro evento sportivo o musicale. Noi che scriviamo siamo quelle donne e quegli uomini, madri e padri, che sotto il diluvio o con 40° all’ombra, facciamo in modo che tu possa vivere quell’evento, cercando il miglior dettaglio per amplificare la tua emozione. Siamo professionisti del broadcast. In questi due mesi di emergenza sanitaria non s’è fatto che parlare delle difficoltà della società calcistiche, delle loro esigenze e di quelle dei giocatori, del grande business che non può fermarsi. Nessuno si è posto il problema di che fine avessero fatto quelli che producono lo spettacolo».

Invisibili

«Noi siamo gli invisibili - prosegue così la lettera - dietro le telecamere e dentro le regie. I nostri nomi non compaiono nei titoli di coda.Noi siamo quelli che si barcamenano in una giungla di contratti atipici, lavoriamo a chiamata, percepiamo paghe che non corrispondono neppure al tuo abbonamento alla pay tv. Siamo quelli che per lavorare, alla vigilia del lockdown, sono andati nelle zone rosse perché lo show doveva continuare e ancora dobbiamo essere pagati. Siamo quelli che si sono ammalati di Covid-19 e nessuno ne ha parlato. Perché a te che leggi basta accendere la tv».

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Protocolli

«Ora si parla di riapertura del Campionato di Serie A, si discute di quarantena, test sierologici, viaggi in sicurezza, tamponi, distanze di contenimento per i giocatori; si ipotizzano partite nei campi del Centro e del Sud Italia, di riduzione del numero di telecamere e quindi di personale tecnico. Continueremo dunque ad essere invisibili ed anche in numero inferiore. Come faremo a lavorare? Quali sono i protocolli allo studio? Come faremo a raggiungere i campi? Chi ci farà i tamponi? Chi ci garantirà il diritto alla salute? Siamo fermi da oltre due mesi, siamo stati i primi a fermarci e probabilmente saremo gli ultimi a ripartire e con nessuna tutela, in balìa di un mercato del lavoro non regolamentato. Sei certo che ci saremo? Saremo disposti ancora a mettere a repentaglio la nostra salute e quella delle nostre famiglie per garantire lo show? Tu - concludono - che vuoi che lo show riparta, poniti qualche domanda».

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