blog San Giuseppe / Viale della Serenissima

La notte rap dell'Home Festival / Il nostro racconto

Storia breve di una città e del suo amore per il genere

Qua ve piace er rap eh? Non pensavo mica! Me lo dice, poco prima dell’ingresso di Gemitaiz, un amico romano, anche lui vittima felice di quel turismo musicale forte a tal punto che, una volta tanto, porta qualcuno della capitale a visitare Treviso, e non viceversa.

Effettivamente uno che viene da fuori non pensa mica che snapback, rime e MC riescano a fare breccia nelle mura di una città ben più famosa per lo spritz in piazza che per la musica live. Fortuna ha voluto che il rap, a Treviso, ci sia nato da dentro: in città il genere è di casa dai tempi in cui Mistaman portava il freestyle locale al Tecniche Perfette e DJ Schocca firmava uno dei dischi, “60hz”, già classico intramontabile della cultura rap tricolore.  L’Home Festival ha avuto e ha il pregio di portare alla luce la passione che anima diverse generazioni della città, traducendola in migliaia e migliaia di persone che muovono il braccio a tempo e sanno a memoria i testi di Noyz Narcos, Guè Pequeno, Marracash, Madman, Nitro, Gemitaiz, Fabri Fibra e Salmo, tanto per citare alcuni dei rappers che negli anni hanno calcato il palco di casa e quelli che (gli ultimi 3 citati) hanno voluto (ri)farlo quest’anno.

Gemitaiz, secondo una certa romantica visione della vita che non si accontenta delle cose belle ma le vuole anche nel momento giusto, suona a fine pomeriggio, quando il cielo dell’ex dogana moltiplica le sfumature di azzurro fino ad accendersi nel rosso del tramonto. E’ sotto mille colori che Mixer T suona On the corner, Veleno (che non finisce mai, e non finisce mai di piacere), i classiconi dai tanti mixtape e dai due dischi d’oro, “Kepler” e “Nonostante tutto”. Ogni artista che si possa definire tale porta con sé una particolare attitudine al palco, quella di Gemitaiz è canna in bocca e adrenalina liquida che corre lungo tutto il resto del corpo: salta, trotta, si piega e contorce, va piano, veloce e poi velocissimo. Canta per un’ora come se si stesse accorgendo solo lì, sul palco, di aver riempito una platea che rappa sulle cose sue, trasmettendo la carica incredibile di chi capisce, e pure si sorprende, di vivere il sogno protetto e difficile che aveva da ragazzetto.

Con Fabri Fibra si apre, ed è questione di una manciata di minuti, un altro mondo, un’altra musica, un’altra storia. Ai tempi di "60hz" era già IL rapper italiano (il più noto, il più amato, il più criticato, il più odiato), quello che nel 2016 festeggia i 12 anni di Mr. Simpatia e i 10 di Tradimento. E’ quest’ultimo il disco – nella sua versione reloaded – il protagonista dell’“Io odio Fabri Fibra tour 2016”, arrivato proprio all’Home Festival per la sua ultima data e aperto da Lo sto facendo, un inedito proposto esclusivamente per il tour che tra testo e potenza live può fargli da manifesto poetico, da dichiarazione di intenti. Lo show straripa di pezzi esplosivi (Rompiti il collo, Tutti in campana, Pronti partenza via), alternati a brani tratti da “Squallor” e “Bugiardo” tutti rigorosamente cantanti a memoria da un pubblico in ovazione, che esplode all’ingresso di Gemitaiz su E la pula bussò. Le cose belle al momento giusto, dicevamo.

Pausa, panino e birra (birre). Segue recupero di amici dispersi e pellegrinaggio rallentato dallo stomaco pieno verso il main stage: Salmo suonerà di lì a una ventina di minuti e il numero di persone radunate sotto il palco è il più grosso della serata. Ci sono i fan più recenti, quelli arrivati con “Hellvisback” dopo aver scoperto che rock e rap sono due anime che possono convivere nello stesso corpo, quello dalla pelle dura del rapper sardo; ci sono i fan da “Midnite” in poi e quelli di prima ancora, quando a Treviso il rapper faceva qualche centinaio di persone al New Age, tirando puntualmente giù il locale. Fa riflettere che in qualche modo, da allora, per il volto della Machete sia cambiato tutto e niente. E’ rimasta inalterata l’esplosività di live cantati con voce e corpo sopra e sotto il palco, non è cambiato il senso dell’odio, una delle tante chiavi di lettura per cercare di capire l’universo Salmo, le parole sputate e la potenza disegnata dal carisma. Cambiano ovviamente le canzoni, la ricerca del dettaglio sotto i tanti aspetti che fanno di uno show un buon show, la consapevolezza sul palco maturata in anni e anni, partendo dai postacci (dio li benedica) di provincia, passando per i locali fino ai tanti festival (vedi lo Sziget, cui ha partecipato poco meno di un mese fa) e agli stadi. “Hellvisback” è un disco che a sentirlo live pare sia stato pensato esattamente per quel contesto, paga fino all’ultimo centesimo l’attenzione dedicata alle sonorità. Alternando l’ultimo lavoro ad alcuni brani di “Midnite” (Russel Crowe dal vivo l’hai mai sentita?) e a tracce dai mixtape made in Machete, l’artista compone un concerto alla dinamite. Il crossover tra rock e rap si sta felicemente e finalmente diffondendo tra gli artisti della scena (anche Gemitaiz si è avvalso di batteria, basso e chitarra regalando un effetto sonoro-visivo molto apprezzato) e con Salmo sembra aver raggiunto il livello più alto entro il panorama italiano: le canzoni sono scritte e prodotte per essere suonate con la band, che non è elemento aggiunto successivamente ma sostanza del pezzo, alla pari di beat e parole. Travis Barker può dirsi soddisfatto.

Nel corso dei tre live, sotto il palco, qualcuno ha pianto, molti hanno urlato e ballato, tutti hanno cantato almeno una canzone a squarciagola, liberi e senza vergogna come lo si fa sotto la doccia o con gli amici di sempre. Il tutto evocava una certa aria di religiosità, di un tipo molto particolare, in cui i sacerdoti hanno i tatuaggi e un microfono in mano e la fedeltà passa dalle corde vocali. L’inchino e il ringraziamento al pubblico (da qualunque cantante, verso qualunque pubblico) è sempre stato seguito da un applauso sincero, un grazie ricambiato: all’artista, a un tizio mai visto prima che ti chiede il titolo di una canzone e ora è già un amico, a una tipa bellissima con i tuoi stessi gusti, all’ Home Festival che promette di migliorare ancora, al rap, al rock, al pop, alla techno, alla commerciale, all’elettronica, ai sottogeneri di nicchia che puntano in alto e a quelli che nessuno capirà mai.

Uno potrebbe andare avanti per ore.

Grazie alla Musica, a chi la suona e a chi la ascolta.

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