A Villa Brandolini una mostra di foto per ricordare la tempesta Vaia

Nove mesi dopo l'evento che ha messo in ginocchio il Bellunese, la nona edizione del Festival di fotografia contemporanea di Pieve di Soligo presenta una raccolta di foto inedite

In foto: Olivo Barbieri site specific_EMILIA 12 (earthquake), 2012

Il 18 maggio alle ore 18 a Villa Brandolini di Pieve di Soligo sarà inaugurata la nona edizione del festival F4 - un'idea di Fotografia promosso dalla Fondazione Francesco Fabbri in collaborazione con il Comune di Pieve di Soligo e la direzione artistica di Carlo Sala. 

A seguito della tempesta 'Vaia' che si è abbattuta con particolare violenza su alcune aree di Veneto e Friuli con 41.000 ettari di bosco colpiti e 8,6 milioni di metri cubi di alberi abbattuti, il comitato curatoriale di Fondazione Fabbri ha voluto dedicare questa edizione della manifestazione al tema della catastrofe ambientale: consci della funzione sociale che riveste l'immagine nella società attuale, le mostre di Villa Brandolini vogliono essere un dispositivo per attivare scambi e riflessioni strettamente legati all'attualità. Fondazione Fabbri ha così commissionato al noto fotografo milanese Filippo Romano di indagare i territori colpiti dalla calamità e gli esiti saranno presentati nella mostra intitolata Oltre Vaia: l'autore ha viaggiato nel Veneto delle montagne ricostruendo la geografia del disastro nove mesi dopo l'accaduto con la volontà di comprendere nel profondo quei territori senza cadere nell'immaginario iconico della tragedia trasmesso in questi mesi dai mass media, fatto di immagini spettacolari e omologate tra loro. Il suo non è stato un censimento dei luoghi, ma un attraversamento per creare un racconto sullo stato del territorio per documentare l'adattamento al cambiamento traumatico, con uno sguardo rivolto al futuro. La mostra presenterà visioni del territorio e ritratti degli abitanti ripercorrendo il percorso compiuto dall'artista tra paesi sottopopolati, seconde case immacolate e chiuse in questo momento dell'anno fuori stagione, tagliatori di alberi e cittadini che stanno ripensando il futuro di quelle comunità.

Il Festival proseguirà poi con Paesaggi inquieti, rassegna a cura di Carlo Sala che presenta tre cicli di lavori che indagano un paesaggio contemporaneo segnato dalla conflittualità tra uomo e territorio, dove il confine tra realtà e finzione appare labile. Si parte dalla serie site specific_Emilia 12 (earthquake) di Olivo Barbieri, uno dei più noti fotografi contemporanei; le immagini mostrano gli esiti del violento sisma che ha colpito l'Emilia Romagna: dalle macerie dei centri storici tra palazzi crollati e chiese sventrate, fino ai danni nelle zone industriali. L'artista ha realizzato le fotografie da un punto di vista aereo con la tecnica del fuoco selettivo per generare un sistema di visone che individua all'interno dell'immagine un punto di "lettura": con questa tecnica la realtà ritratta appare ambigua, fittizia, facendo apparire quelle porzioni di paesaggio come dei modellini in scala. La serie KA-BOOM che Andrea Botto porta avanti da un decennio ritrae invece  una serie di esplosioni civili tra Italia ed Europa. Queste radicali trasformazioni del paesaggio si cristallizzano in immagini che generano sentimenti contrastanti: da un lato la bellezza estetica e la fascinazione emotiva per il pericolo, dall'altro una rinnovata coscienza di estrema fragilità esistenziale e dei luoghi che viviamo. Inoltre, anche in questo caso, è presente una riflessione sullo statuto stesso della fotografia, sospesa tra documento e messa in scena. A chiudere la mostra la serie La Terza Venezia di Silvia Camporesi dove l'autrice si è confrontata con la città lagunare, una delle più ritratte al mondo, senza cadere nella cosiddetta visione da cartolina. La serie mette in dialogo le immagini scattate a Venezia senza la presenza di turisti con quelle realizzate a Rimini in una riproduzione in scala 1:10 della città,  rendendo per lo spettatore quasi impossibile riconoscere quali immagini siano reali e quali finzionali. Tutte le fotografie sono accomunate da un punto di vista dal basso che rende minacciose le onde del mare perché, nonostante il gioco di inganni percettivi, un fattore certo è il pericolo dell'innalzamento delle acque che rende ancor più fragile la città.

La mostra personale di Marina Ceneve: "Are They Rocks or Clouds?" è l'esito di un’indagine territoriale che nasce nelle Dolomiti attraverso l’interazione tra osservazione, memoria e scienza, mira alla costruzione di una conoscenza del rischio idrogeologico, tema tradizionalmente deputato alla scienza ed alla tecnica. Allontanandosi dalla naturale fascinazione per la montagna l’autrice tende ad osservare con lucidità il territorio, ricercando la possibilità di misurazione del rischio per gli abitanti dei luoghi dove si suppone possa accadere, o piuttosto ripetersi, una catastrofe. Nel corso del tempo – secondo Amitav Ghosh in “La grande cecità” – la natura è stata consegnata alla scienza, rimanendo preclusa alla cultura, una divisione che ha portato al distacco dell’arte dalle questioni scientifiche, climatiche e dal dibattito politico e economico. Con il progetto Are They Rocks or Clouds? Marina Caneve sperimenta l’utilizzo della fotografia come strumento di osservazione autonomo all’interno di un processo di ricerca interdisciplinare, mettendo in discussione la sua stessa collocazione nei confronti degli altri strumenti. Il progetto nasce in vista di un evento catastrofico, che secondo studi geologici, accadrà tra 50 anni: le catastrofi naturali hanno tempi di ritorno ciclici. In particolare, secondo alcuni geologi, la catastrofe idrogeologica del 1966 avrà un tempo di ritorno di 100 anni, 50 da oggi con dei danni stimati che saranno 2 o 3 volte superiori. 

La montagna in rapporto con l'uomo è al centro anche dell'intervento del vincitore della settima edizione del Premio Fabbri, Mimì Enna, che presenta la serie fotografica To get some air nata durante una residenza al Villaggio Eni di Borca di Cadore (Bl), un grande complesso situato nel bosco ai piedi del Monte Antelao realizzato tra gli anni ’50 e ’60. Voluto da Enrico Mattei per i suoi dipendenti, l’edificio rappresenta un esperimento d’utopia sociale in ambiente unico in Italia. L’architetto Edoardo Gellner progetta il villaggio e si approccia al paesaggio concentrandosi sul fondamentale rapporto fra architettura e ambiente naturale in un dialogo in cui sarà l’architettura ad esaltare il paesaggio. L'artista ha voluto riconnettere simbolicamente l'interno dell'edificio (abbandonato da anni) con il paesaggio che lo accoglie proiettando le locali catene montuose sui mobili e oggetti originali della colonia: è una rigenerazione del luogo in forma poetica attraverso un intervento effimero, poi cristallizzato mediante l'immagine fotografica. Infine il festival presenta la mostra Atlante del Master composta da oltre trenta fotolibri che gli studenti delle prime tre edizioni del Master IUAV in Photography hanno prodotto confrontandosi con una pluralità di declinazioni della fotografia, dalle ricerche sul paesaggio alle tendenze neodocumentarie fino agli esiti sperimentali dimostrando come la dimensione libro sia uno dei terreni privilegiati della ricerca in campo fotografico. Il Master, promosso dall'Università IUAV e Fondazione Fabbri è uno dei centri di eccellenza italiani nella formazione dell'autorialità in campo fotografico che nella società odierna, sempre più dominata dalle immagini, appare quanto mai centrale per la comprensione del presente. 

Le mostre del Festival F4 / un'idea di Fotografia rimarranno aperte fino al 30 giugno 2019.

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