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Problematiche giovanili e adolescenti dal Papa

Il disagio dei giovani è quello dei loro genitori, è legato alla crisi dell'avere, poiché crollano i suoi miti. Le riflessioni di Giancarlo Brunello, Cittadinanzattiva Treviso, al margine dell'incontro di Papa Francesco con gli adolescenti italiani.

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday

Lunedì 18 aprile sono stati quasi 60mila gli adolescenti arrivati a Roma, da ogni parte d'Italia, per ascoltare e dialogare con il Papa. Una folla immensa. Loro, prima di arrivare a Roma, avevano avuto diversi incontri nelle varie realtà diocesane territoriali. Momenti preparatori, propedeutici all'evento nazionale. Quella con il Papa era la fase finale: un grande abbraccio dimostrativo e simbolico. L'ascolto e il confronto si erano svolti prima. A Roma, con la coreografia di supporto, occorreva infondere speranza e la voglia di essere, bravi ed impegnati. Alcune interviste, non banali e scontate, hanno dato il senso verbale dell'avvenimento. La televisione del Papa, molto presente fra i gruppi e le realtà locali, è servita a dare il senso della coesione e della forza che l'essere cristiani è un modello di vita importante. Questo è un forte impegno solidaristico e di interesse verso gli altri. È la necessità di vivere, ma anche di dimostrare, di essere alfieri e fieri di un modello di vita. Quei ragazzi delle interviste, inquadrati in piazza San Pietro, non avevano - o quanto meno non hanno dimostrato - stress o ansia. Hanno invece testimoniato un modello di vita forte, granitico perfino, nelle loro convinzioni e nell'impegno. Hanno palesato oltre, in alcuni casi mi verrebbe da dire quasi con antipatica dimostrazione, una forte insofferenza ed indifferenza verso il modello maggioritario di questa società del "tutto sospeso”, iniqua e massacrante. Questa società mette in crisi per mancanza di certezze, a cominciare dalla famiglia, l’altro fronte giovanile. Penso al contesto descritto dai giornali e dall'opinione ripetente. Quello che in qualche modo viene rappresentato dalla scuola, che chiede a gran voce l'intervento di psicologi. Quello che in qualche modo richiama interventi del sociale-politico. Quello che nessuna rappresentanza politica e sociale riesce ad intercettare, né organizzativamente né emotivamente. Con i giovani per diverso tempo ha parlato e interloquito lo sport dilettantistico, ora in forte ridimensionamento, anche di partecipazione. In questa realtà, dove sta il momento di rottura? Personalmente credo stia nel modello di società e dei suoi valori. Ricorro nella narrazione ai valori di Erich Fromm, così anch'io ho un solido alleato. L’ho nei valori di una società di persone che si confronta sull'essere e sull'avere. Nella società dell'essere, ci sono i giovani cattolici. In diversi casi lo sono in modo integralista e totalizzante. L'altro è quello della società dell'avere. Certamente questa è in crisi, essendo condizionata e collegata in modo forte alla crisi economica, al post pandemia e alla crisi del benessere diffuso che invade anche la nostra società, in questo caso la trevigiana e quella veneta. La prima ad essere colpita da tale situazione, è la famiglia. Da sensazioni di "Vox populi, vox Dei", si dice aumentino separazioni di fatto e divorzi, con i figli che diventano vittime sacrificali, in diversi casi ingombranti. Inoltre, loro sono anche studenti della scuola odierna. Decisamente inadeguata nel ruolo e nella funzione, oltreché nella didattica, repressiva fuori luogo e ragione. La riprova è arrivata qualche giorno fa dai presidi della regione Lazio, che hanno annullato le chat dei docenti con allievi e famiglie, cancellando di fatto l'unico sistema di relazione, anche se qualche volta impropria, attivato da anni tra scuola e famiglia. Per ora la scelta è solo dei presidi del Lazio, ma presto saranno emulati da altri. Il loro obiettivo è isolarsi, loro, come casta. Questo, ufficialmente, per la paura di "relazioni improprie" con i genitori, ma di fatto per non essere giudicati o contestati. Roba da Medioevo, da inquisizioni. Lo hanno deciso per motu proprio, facendo addirittura passare la decisione come scelta etica. Una domanda: a loro nessuno ricorda che hanno il ruolo di educatori, non di barbari poliziotti? In questo mare di ignavia muore la società legata al piacere di volere e di avere. In questa situazione, per affrontare la questione, occorre agire sul mondo dei grandi, sulla società che li rappresenta. Ad esempio, non si capisce, o almeno non lo capisco io, perché i Comuni non si occupano più della loro gioventù. Perché li hanno lasciati e li lasciano ad altri? Perché? Giancarlo Brunello - coordinatore assemblea territoriale Cittadinanzattiva Treviso

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