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Barbiana dall'alto

Barbiana dall'alto

Le Acli di Treviso in visita in Toscana a Barbiana, nei luoghi "sacri" di don Milani

La struttura è un'esperienza educativa avviata dal noto educatore negli anni cinquanta, un progetto che sconcertò e stimolò il dibattito pedagogico degli anni sessanta

TREVISO Non mi interessa"…"Chissenefrega"…"Lascia perdere". Chi non usa una di queste espressioni quotidianamente? Nessuno si stupisce a sentirle. Piuttosto sarebbe strano sentire "mi interessa", "insisti", un anacronistico "mi sta a cuore". Eppure in un paesino della Toscana, tanto disperso da non interessare nessuno, "I care" è diventata una frase così originale che sembra essere stata pronunciata troppo presto per il suo tempo. È la frase scritta su una parete della scuola di Barbiana, creata da don Lorenzo Milani nel 1956 nelle due stanze annesse alla piccola chiesa di sant'Andrea e alla canonica. Il 4 luglio una delegazione delle Acli di Treviso è stata in visita in questi luoghi, nella stessa classe, seduti sulle stesse panche di legno a 50 anni dalla morte di don Milani.

Barbiana, frazione di Vicchio nella valle del Mugello a nord di Firenze, "non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi," così la descrivevano gli allievi, "sono rimaste 39 anime. In molte case e anche qui a scuola manca la luce elettrica e l’acqua. La strada non c’era. L’abbiamo adattata un po' noi perché ci passi una macchina". Oggi quasi tutto resta intatto. Acqua e elettricità sono arrivate, ma le pareti e gli scaffali della canonica conservano tutto esattamente al loro posto: dai libri all'astrolabio, dalla foto di Gandhi al Padre nostro scritto trascritto in cinese, alle infografiche con inchiostro e pastelli che riportano i dati delle elezioni politiche in Italia o dell'accesso all'istruzione. Tutto realizzato dagli allievi durante le 12 ore di lezione al giorno, per 365 giorni all'anno, "366 negli anni bisestili". La chiesa e le poche case restano confinati in cima ai tornanti di una strada ripida, in parte asfaltata e poco più larga di come doveva essere 60 anni fa, dove "fu esiliato don Lorenzo perché era un prete scomodo", dice Stefano Burberi, barbianese e cugino di Agostino che accompagna tutti tra queste mura. Da quassù si è fatto largo, e non si è più arrestato, il messaggio sociale e educativo di don Milani: contro la discriminazione e l'emarginazione sociale si lotta con l’arma più potente, cioè la formazione e l'accesso al sapere.

Un sapere responsabile, come diceva il priore di Barbiana: "Io insegno come il cittadino reagisce all'ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto". I giornalisti, i politici, gli studiosi e chiunque saliva fino a Barbiana per visitare la scuola, prima di rivolgere qualsiasi domanda, dovevano essi stessi lasciarsi intervistare dai ragazzi. E in cambio trasmettere qualcosa: che fosse insegnare a costruire degli sci, a nuotare o a riparare un motore. La lezione iniziava dal giornale, portato su ogni mattina dall'autista dell'ingegnere americano che possedeva una villa poco distante, racconta Stefano: "La Costituzione e il Vangelo poi erano gli altri due libri che entravano in classe ogni giorno". Barbiana tutt'oggi "non è nemmeno un villaggio", ma non si respira desolazione o isolamento. Qualche escursionista passeggia per questi sentieri. Il cancello del minuscolo cimitero dov'è sepolto don Milani è sempre aperto. La Fondazione cura l'accesso ai luoghi per i gruppi e i ricercatori e si sforza di mantenere inalterata ogni pietra. I suoi ex allievi hanno intrapreso ognuno la propria strada, ma non cessano di testimoniare l'esperienza della scuola e della vita di colui che – come lo ricorda Stefano – "era il primo della classe e si è ritrovato tra gli ultimi".

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