"Caporalato" a Cessalto, pakistano se la cava con due anni e la sospensione della pena

Al 27enne Ali Usman riconosciute le attenuanti generiche e per aver interrotto la catena del reclutamento facendo il nome dell'uomo che in effetti assoldava i lavoratori sfruttati

Gli hanno riconosciuto le attenuanti generiche e, soprattutto, di aver interrotto la catena del "caporalato" facendo il nome dell'uomo che in effetti reclutava i lavoratori sfruttati. Così Ali Usman, il 27enne arrestato nello scorso dicembre con l'accusa di aver costretto diciotto connazionali, tutti rifugiati e di cui 12 totalmente in nero, a essere impiegati nella potatura dei vigneti di decine di aziende vitivinicole della zona se l'è cavata con 2 anni e la sospensione della pena.

Si è concluso in questo modo il processo, celebrato con il rito abbreviato, al "caporale" di Cessalto. La Procura ha inoltre disposto la trasmissione degli atti alla Procura per indagini sull'uomo che, secondo Usman, stava ai vertici: un pakistano 30enne ancora attivo nelle zone di Treviso e dell'hinterland, che è stato denunciato per aver utilizzato il suo nome senza che il 27enne ne fosse consapevole.
Soddisfatto il legale dell'imputato, l'avvocato Alessandra Nava, che ha detto: «E' stata fatta chiarezza su una vicenda più grande di quanto il mio assistito si aspettasse».

Usman aveva testimoniato nel corso del processo. «Io - ha detto -  ero solo una pedina, il vero sfruttatore è un altro. Ero soltanto il più vecchio, lavoravo nei campi già da un paio di anni. Essendo quello con più esperienza spiegavo agli altri cosa fare e come. In realtà lavoravamo tutti in nero, anche io come loro. E non c’era nessuno sfruttamento, di certo non da parte mia. 5 euro all’ora era quanto riuscivo a contrattare con le aziende presso cui andavamo a lavorare nella stagione della vendemmia». 

«Non mi sono arricchito - ha ripetuto - anche io ho sempre lavorato in nero perché queste erano le condizioni per poter guadagnare qualche cosa. Quell'uomo veniva ogni tanto a dare i soldi, pochi o tanti che fossero, e li consegnava a me perché io ero il più anziano del gruppo. C'è qualcuno che ha confuso i ruoli ma io mangiavo con gli altri e dormivo nelle stesse esatte condizioni di tutti».

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Il pm aveva chiesto 5 anni e mezzo, con il rito che consente lo sconto di un terzo. Ma, in attesa delle motivazioni che arriveranno entro 90 giorni, pare proprio che il giudice gli abbia creduto.

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