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Processo per caporalato, l'imputato rivela: «Ero solo una pedina, il vero sfruttatore è un altro»

Si è difeso così il pakistano Ali Usman nel corso dell'udienza davanti al gup di Treviso. L'uomo è a processo con il rito abbreviato e deve difendersi dall'accusa di aver approfittato di lavoratori in condizioni di bisogno

«Io ero solo una pedina, il vero sfruttatore è un altro».  Si è difeso così ieri il pakistano Ali Usman nel corso dell'udienza davanti al gup di Treviso. L'uomo è a processo con il rito abbreviato e deve difendersi dall'accusa di sfruttamento di lavoratori in condizioni di bisogno.
Il 27enne, che è stato arrestato nello scorso dicembre, avrebbe costretto diciotto connazionali, tutti rifugiati e di cui 12 totalmente in nero, a essere impiegati nella potatura dei vigneti di decine di aziende vitivinicole della zona. Quello che non sarebbe stato regolare era il modo in cui trattava i suoi “dipendenti”, alloggiati in condizioni disumane, in un casolare di campagna di via Brian, a Cessalto.

Nel corso della deposizione Usman ha puntato il dito su un secondo uomo, un pakistano 30enne ancora attivo nelle zone di Treviso e dell'hinterland, che sarebbe il vero "caporale" e che è stato denunciato per aver utilizzato il suo nome senza che il 27enne ne fosse consapevole.
«Io - ha detto - ero soltanto il più vecchio, lavoravo nei campi già da un paio di anni. Essendo quello con più esperienza spiegavo agli altri cosa fare e come. In realtà lavoravamo tutti in nero, anche io come loro. E non c’era nessuno sfruttamento, di certo non da parte mia. 5 euro all’ora era quanto riuscivo a contrattare con le aziende presso cui andavamo a lavorare nella stagione della vendemmia».

«Non mi sono arricchito - ha ripetuto - anche io ho sempre lavorato in nero perché queste erano le condizioni per poter guadagnare qualche cosa. Quell'uomo veniva ogni tanto a dare i soldi, pochi o tanti che fossero, e li consegnava a me perché io ero il più anziano del gruppo. C'è qualcuno che ha confuso i ruoli ma io mangiavo con gli altri e dormivo nelle stesse esatte condizioni di tutti».
Ma per i 18 braccianti era Usmaini che li forzava a orari massacranti da portare a termine senza l’abbigliamento adatto per il lavoro nei campi, anzi costretti malgrado le temperature invernali a stare in maglietta a maniche corte.

I carabinieri avevano messo fine alla sfruttamento dei lavoratori immigrati con indagini avviate a fine ottobre; i militari dell’Arma si erano insospettiti dal via vai quotidiano di due furgoni, che poi sarebbero risultati privi di copertura assicurativa, mai revisionati e guidati da persone senza patente. I
Si torna in aula il 23 luglio per la discussione.

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