Sicurezza, Gardin: "No alle protezioni mentali quali prima i veneti o prima i trevigiani"

Le parole del Vescovo Agostino Gardin durante l'incontro con i politici e gli amministratori della Diocesi trevigiana

Saluto cordialmente tutti Voi e Vi ringrazio sinceramente per aver accolto anche quest’anno l’invito a ritrovarci per uno scambio di auguri per il prossimo Natale e anche per il nuovo anno, mantenendo così viva una bella tradizione.

Devo dire che l’anno scorso mi ero riproposto di anticipare questo appuntamento, per evitare che fosse troppo a ridosso del Natale, tempo che vede molti di Voi impegnati per scadenze e adempimenti amministrativi di fine anno, ma non mi è stato possibile. Spero che questo possa avvenire in futuro.

Questa circostanza mi dà anche modo di esprimere profonda gratitudine per il vostro servizio, esercitato in ruoli e a livelli diversi, volto alla ricerca dell’attuazione del bene delle vostre comunità: un lavoro che vi impegna molto e vi chiede molta dedizione.

Come altre volte, vorrei accompagnare gli auguri natalizi con alcune riflessioni, che non hanno alcuna pretesa di particolare sapienza o competenza; non provengono da un esperto, ma solo da un osservatore. Sono favorito, in questo, dai numerosi contatti con persone e comunità, e anche da interessanti punti di osservazione, come sono per esempio le Caritas e le parrocchie, come pure dalla particolare sensibilità sociale di varie persone con cui ho modo qua e là di intrattenermi.

Un tema che io sovente sento emergere da situazioni che conosco, direttamente o indirettamente, è un tema caro non solo alla riflessione cristiana, ma anche a quella civile e laica: è quello della dignità della persona; non in astratto ma considerata oggi, nei nostri paesi e nelle nostre comunità.

Vorrei allora soffermarmi su due bisogni che mi paiono fondamentali perché la dignità della persona sia realmente promossa e onorata: il vivere relazioni e il poter lavorare.

Vivere relazioni

Voi siete chiamati, in forza del vostro compito, a costruire e a far funzionare la polis, la città. Ma perché la città sia convivenza proficua per tutti e luogo in cui è riconosciuta la dignità di ciascuno, deve essere autentica comunità, cioè insieme di relazioni armoniose, positive, solidali. Vorrei allora, a questo proposito, riflettere su quelli che mi sembrano i “collanti” oggi necessari per creare relazioni e costruire comunità; e questo in una società anche locale fatta sovente e prevalentemente di separatezze, divisioni e solitudini, o che tende comunque verso di esse.

Non si tratta, da parte di chi amministra, di progettare e realizzare soltanto pietre e mattoni, ma anche di far sì che vi siano, appunto, quei collanti che consentono davvero di dare voce, senso e dignità ad ogni persona. Si tratta insomma di aggregare e creare comunità che vivano serenamente e proficuamente tra di loro. Potremmo dire: non basta la materia, occorre anche la forma.

Mi piace citare un filosofo vissuto a cavallo tra il 1500 e il 1600, Giovanni Botero. Nella sua opera Delle cause della grandezza e magnificenza delle città (1588), egli scrive: «Città s’addimanda una radunanza d’uomini per vivere insieme felicemente. E grandezza di città si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura, ma la fortuna degli abitanti e la potenza loro». Potremmo tradurre così: la città vera non è quella delle pietre o dei mattoni che la costruiscono, per quanto solidi e pregevoli, ma quella delle persone che la vivono: dei loro stati d’animo, del grado della loro coesione interna, della loro capacità di accogliere e di includere.

C’è allora una domanda che si pone da sempre in relazione alla città o alla comunità: come vivere insieme felicemente?

Mi pare che se guardiamo le nostre città, registriamo che pesa spesso su chi vi abita un senso di precarietà diffusa, alimentata oggi da nuove paure urbane (alcune di esse, forse, un po’ volutamente enfatizzate da alcuni) e di nuove minacce: pensiamo all’inquinamento crescente, all’alimentazione insicura, al cambiamento climatico, al traffico insopportabile, alla malavita diffusa, alla disoccupazione estesa, ai risparmi a rischio… Questo induce a vivere blindati: impianti di allarme sofisticati, vigilantes a pattugliare le strade (vigili e polizia non rassicurano abbastanza), telecamere che sorvegliano ogni luogo, ecc. Crescono le paure e le ansie, tra cui il timore di perdere il benessere faticosamente costruito (gli anziani) o quello ricevuto gratuitamente (i giovani). E il futuro è visto con sfiducia.

Ma poi si erigono anche protezioni o steccati mentali, accentuando convinzioni quali “prima i veneti”, “prima i trevigiani”…; che poi diventano “prima quelli del mio comune, del mio quartiere, del mio condominio”… fino a chiuderci, per così dire, nella propria stanza e difenderla. E qui diveniamo isole, perché comunichiamo con l’esterno mediante i social media e internet. Ma neppure qui abbiamo trovato la sicurezza, perché insidiati da hacker, virus e cyber-terrorismo. Perfino l’uso della parola si riduce e perde la sua valenza di relazione spontanea, vera, gratificante.

Le nostre città e i nostri paesi sono sorti come costruzioni di identità nei confronti di estranei, qualche volta di nemici esterni, di diversi da noi. E infatti attorno alla città correva la rassicurante cinta di mura, la quale aveva delle porte che rappresentavano più delle barriere che dei punti di accesso. Ma oggi, oltre al muro di Berlino sono crollate tante mura, fisiche e ideologiche. E così, se la piazza ieri era il luogo-simbolo di valori condivisi e di identità omogenea, che saldava e garantiva una convivenza unitaria, oggi è divenuta uno spazio aperto alla convivenza di persone differenti in tutto: dai tratti somatici al linguaggio al modo di vestire ai comportamenti. E anche questo provoca inquietudine, talvolta anche ostilità: il “nemico” non è più quello che si presenta da fuori sotto le mura, ma è dentro la città, in mezzo a noi. L’immigrato ne è l’esempio più vistoso; ma non è solo lui, è anche il concorrente nell’uso di beni sempre più ridotti, è il povero, il rifiutato.

E, ancora, al posto della piazza, antico polo di riconoscimento della comunità, subentrano quelli che Marc Augé definisce i “non luoghi”: per esempio i centri commerciali, privi di identità, di memoria, di relazioni, che finiscono per divenire una somma di solitudini, dove andiamo ad officiare i riti della religione dei consumi, in particolare nelle festività religiose. Ho parlato della città; ma neppure i nostri paesi, seppure in dimensioni minori, sembrano sfuggire alle tendenze cui ho accennato.

Se tutto questo è, almeno sostanzialmente, vero, viene da chiedersi: come facciamo ad uscirne? Che cosa cambiare?

Domande impegnative. Sembra, in ogni caso, che, oltre ai mattoni indispensabili per la costruzione della città, occorra trovare - come dicevo all’inizio - dei collanti sicuri che, proprio perché viviamo in questa società che alimenta individualismi e separatezze, ci è chiesto di adoperare per imparare a ricostruire comunità.

In altre parole, è chiesto - anche a Voi politici e amministratori pubblici - di privilegiare atteggiamenti mentali e scelte operative che si caratterizzino fortemente per un investimento di capacità umane e relazionali, che rendono possibile l’ascoltare l’altro, entrare con lui  in empatia, chiunque esso sia, dal condominio al paese alla città, ricostruendo quel capitale-fiducia fortemente eroso e la cui mancanza è alla base delle paure del presente. 

E quali sono i collanti più efficaci se non i beni relazionali: offerti da atteggiamenti, tempi, gesti, azioni di persone disponibili, da parrocchie, associazioni, comitati, volontariato sociale, sportivo, formativo, dalle scuole. Si tratta di un tessuto sociale ricchissimo e pervasivo nei nostri paesi. Questi beni permettono di aumentare non solo il reddito, il che è certo già interessante, ma soprattutto il senso del vivere, l’apprendere e il sapere, il comunicare, il desiderio di conoscersi, di fidarsi e di stare bene insieme, di divenire solidali. Perché la vita non funziona, se siamo soli. Quando restiamo soli, siamo fragili e facilmente vulnerabili.

Si tratta insomma di favorire reti di solidarietà, di buon vicinato, “banche del tempo”, per dedicarsi un po’ agli altri; si tratta di monitorare le situazioni a rischio di esclusione sociale per prevenirle o correggerle, favorendo incontri e scambi tra generazioni, contribuendo così ad abbassare la soglia di solitudine e di incertezza del futuro, sentimenti che investono larghi strati di popolazione, specie giovani e anziani. 

Papa Francesco, nel suo messaggio all’ultima Settimana Sociale dei cattolici (ottobre 2017), ha detto: «Adoperatevi per andare oltre il modello di ordine sociale oggi prevalente. Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale». Lo sviluppo integrale della persona umana è quello che considera anche i beni potenziali di carattere ideale, morale, spirituale, intellettuale, relazionale, sociale, anche trascendente. Io credo che i politici, gli economisti, gli investitori, gli amministratori pubblici non debbano trascurare questi beni, dicendo magari: ma io mi occupo d’altro. La persona non si può dividere in sezioni indipendenti l’una dall’altra.

Se vogliamo rendere le città e i paesi vivibili, non dovremmo forse partire (o ripartire) dai luoghi dove si costruisce comunità: famiglia, scuola, associazioni, piazza…? Facendone occasioni di educazione all’incontro, al rispetto, alla tolleranza, all’amicizia, alla cooperazione, anche alla diversità, la cui ricchezza consiste proprio nel confrontare idee e valori con l’”altro da me”: per ridurre i conflitti e concorrere alla costruzione di ponti e non di muri, come ci invita a fare papa Francesco. Sono i collanti di cui abbiamo assoluto bisogno. E questo non è un cammino riferito solo agli immigrati, emergenza sociale dei nostri tempi: ne siamo destinatari tutti, perché tutti siamo oggi prigionieri di paure.

Penso alla tragedia e alla solidarietà di 100 anni fa: all’indomani di Caporetto, interi paesi del Friuli e della provincia trevigiana fuggirono repentinamente in altre regioni, spaventati e impauriti, sfollati e profughi, lasciando qui casa e beni. I parroci li seguirono. Laddove restarono, i parroci rimasero a soccorrere e ad incoraggiare. Quello che la Chiesa fece allora con il vescovo Longhin e con i suoi preti è quello che cerca di fare di fronte al fenomeno dei profughi di oggi, con preti e laici impegnati (non dimentichiamo che i profughi del mondo globalizzato odierno sono globalmente circa 66 milioni, più degli abitanti del Regno Unito). Rinunceremo a chiederci che cosa significa solidarietà oggi? E possiamo considerare una civiltà “in crescita” solo quella dove crescono le tecnologie e il benessere (di alcuni!), ma non la solidarietà?

Certo, una società multiculturale è sempre complessa e non è esente da contrasti, ma è il solo luogo in cui oggi può maturare la crescita collettiva. E questo domanda anche alla politica di ripensarsi, riscoprendo il suo senso profondo, i suoi valori fondanti e il suo vero fine: quello che viene prima delle ideologie e che il cardinal Martini ha riassunto così: «fare politica, oggi, significa dire al tuo prossimo che non è solo». Solo così si costruisce la città.

Il poter lavorare

Vengo alla seconda riflessione. L’emergenza lavoro, particolarmente in riferimento prevalente ai nostri giovani, è una delle questioni aperte di maggiore attualità. Su di essa ha riflettuto anche la recente 48a Settimana sociale dei cattolici italiani, e vi ritorna sovente anche papa Francesco. 

Potremmo chiederci: come realizzare quella che Giovanni Botero chiamava “la fortuna degli abitanti”? Dicevo che per ricostruire nei nostri paesi delle comunità civili che si sentano protette e garantite nei diritti delle singole persone e delle loro famiglie, che sperimentino il gusto di vivere assieme e maturino la convinzione di concorrere insieme al bene comune, sono indispensabili alcune garanzie che danno la dignità alla persona. Tra di esse una vi interpella quotidianamente: è l’emergenza lavoro.

Il Papa ricorda molto spesso che «uno degli elementi fondamentali che danno dignità alla persona è il lavoro». Ho personalmente sperimentato nei mesi scorsi, in occasione di visite a stabilimenti industriali chiusi e occupati dai dipendenti e nei contatti tenuti con loro, quanto sia sentito intimamente e pesi nella psicologia e nei comportamenti dei dipendenti il trovarsi senza lavoro e reddito; e non solo per la mancanza di risorse finanziarie da portare a casa: uno si sente deprivato, indebolito, insufficiente di fronte a se stesso, alla moglie e ai figli. È proprio vero quanto ha detto papa Francesco parlando al mondo del lavoro a Genova lo scorso maggio: «La mancanza di lavoro è molto di più del venir meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Lavorando noi diventiamo “più” persone, la nostra umanità fiorisce. I giovani diventano adulti solo lavorando… Gli uomini e le donne si nutrono con il lavoro, con il lavoro sono unti di dignità. Per questo attorno al lavoro si unisce l’intero patto sociale».

Accennavo alla Settimana sociale dei cattolici che si è svota a fine ottobre a Cagliari, dal titolo “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale”. Nel suo messaggio papa Francesco ha detto: «Il precariato senza futuro e senza diritti è una delle offese più terribili della dignità del lavoro».

Se guardiamo alla nostra realtà provinciale e diocesana, incontriamo troppo spesso fenomeni quali: lavoratori esclusi a 10-15 anni dall’età del pensionamento che non sanno dove trovare nuovo lavoro; giovani che non lo trovano e vanno all’estero, dopo che la famiglia, le istituzioni, lo Stato hanno investito rilevanti risorse umane e finanziarie per formare ciascuno di essi, con la conseguenza di impoverire la società futura del nostro paese sul piano delle qualità e capacità umane e professionali, oltre che su quello economico e previdenziale; giovani costretti ad adattarsi a svolgere mansioni che troppe volte si rivelano temporanee, sottopagate, frustranti; giovani non formati ad esercitare lavori e mansioni anche manuali e materiali, specie nella manifattura e nei servizi, di cui c’è richiesta da parte di industriali del territorio e che a questo punto divengono lavori appannaggio obbligato degli immigrati; e giovani immigrati che trascorrono le giornate nel vuoto di piazze della città e dei paesi, in attesa di riconoscimento, formazione, lavoro. 

I numeri ci descrivono una situazione allarmante: i nostri giovani, già ora, ma in particolare quando saranno adulti-anziani, disporranno di minori risorse, beni, servizi rispetto agli attuali adulti-anziani di oggi.

So di non avere particolare titolo per farlo, ma permettetemi di invitarvi ad investire nella formazione giovanile e nell’istruzione. Non sarebbe questo un modo per investire su ciò che contiene forza creativa, carica di inventiva, di passione e voglia di cambiamento? Mi pare che là dove si è investito sulla formazione giovanile si sono registrati scatti in avanti nella creatività e nella produzione. Con la collaborazione di chi tra Voi è impegnato nel Parlamento e nella Regione, e con quella degli imprenditori, vi solleciterei anche ad impegnarvi a smuovere incrostazioni normative e burocratiche, per creare possibilità di lavoro qui, affinché i giovani, dopo avere fatto opportune esperienze di studio e di lavoro in Paesi esteri, ritornino per sviluppare quanto hanno confrontato e appreso.

So che non spetta ai Sindaci e alle Giunte comunali procurare lavoro; tuttavia, anche gli amministratori comunali possono contribuire a creare premesse e condizioni locali che formino sul piano professionale e che facilitino l’avvio di alcune attività lavorative.

Vorrei citare due tra le quattro proposte formulate nella recente Settimana sociale ai politici. La prima: riportare il lavoro al centro dei processi formativi della persona, rafforzando la filiera formativa professionalizzante nel sistema scolastico ed educativo. La seconda: stabilire un patto intergenerazionale fondato sulla rinnovata centralità del lavoro, per fare emergere il bene comune che lega anziani e giovani, individuando le forme per stimolare l’investimento dei patrimoni familiari delle generazioni adulte, a vantaggio delle giovani generazioni e come condizione per la futura sostenibilità della protezione degli anziani. Non dimentichiamo che oggi quattro lavoratori “mantengono” quasi tre pensionati. 

Permettetemi anche di toccare appena un altro aspetto delicato: la conciliazione dei tempi di lavoro e di famiglia. Se il lavoro è un diritto fondamentale dell’uomo, anche il riposo festivo è un diritto. Il frutto del lavoro e dell’industria può essere goduto solo se si lascia uno spazio libero al non lavoro. Come osservava l’economista Luigino Bruni alla Settimana sociale: «È folle chi non lavora mai, più folle chi lavora sempre perché solamente gli schiavi e coloro che sono ridotti in schiavitù dall’invidia e dall’avidità si affannano sempre e solo per il lavoro. È difficile oggi riconoscere se soffra di più il disoccupato o il manager superpagato che trascorre il Natale in ufficio, perché il lavoro poco alla volta gli ha consumato (come avviene con tutti gli idoli) l’anima, la famiglia e gli amici. Il nostro tempo sta perdendo il giusto tempo del lavoro anche perché ha spezzato il legame tra lavoro e famiglia». Sappiamo che questo coinvolge donne e uomini, individualmente, nella loro relazione di coppia, nei confronti dell’educazione dei figli e nei tempi di necessaria convivenza con loro, nella serenità e armonia della vita della famiglia.

So bene che da parte dei cittadini è richiesto molto a Voi e alla vostra responsabilità. Probabilmente troppo. Tuttavia io mi permetto di suggerirvi di non perdere mai il desiderio, anzi la passione, della costruzione delle vostre comunità, mettendovi a loro servizio.

Questo significa operare per tenere unite le comunità; valorizzare anche tutto quel collante di bene immateriale, talvolta nascosto, che viene prodotto da chiunque, aiutando a farlo conoscere e a condividerlo, perché produce capitale sociale prezioso. Non si può, né come cittadini e meno ancora come istituzioni, avere come primario scopo la protezione del “particulare”, la visione ristretta, egoistica del bene proprio o solo quello della propria comunità. Il coltivare frammentazioni e divisioni si rivela sempre illusorio e dannoso, al di là di vantaggi immediati. La stessa autonomia istituzionale, da molti invocata, comporta responsabilità aggiuntive, capacità di fare meglio, non certo rinuncia alla solidarietà più ampia e nazionale. Mi permetto di ribadire: la rinuncia alla solidarietà è rinuncia ad una più piena umanità.

Niente potrà cambiare nel tessuto sociale se chi si propone come politico non coltiva in se stesso una sensibilità accentuata verso i bisogni degli altri, di tutti gli altri, la convinzione che l’onestà e la dirittura morale sono ineludibili, e se non sente il dovere di vigilare e di contrastare con quanto è in suo potere ogni forma di corruzione. 

Non ho bisogno di ricordare che il dovere comune è quello di lavorare per rendere questo mondo e la vostra città, il vostro comune, un luogo migliore e lottare a tale scopo. Ma questo è possibile farlo se si è idealmente ed eticamente motivati, professionalmente validi, politicamente preparati per un servizio onesto, disinteressato ed efficiente a favore di tutti i cittadini delle proprie comunità. 

Mi pare di poter concludere con le parole rivolte dal Papa il 30 settembre scorso all’Assemblea nazionale dell’ANCI. Si rivolgeva ai sindaci, ma sono parole che valgono per tutti gli incarichi pubblici: «Un sindaco deve avere la virtù della prudenza per governare, ma anche la virtù del coraggio per andare avanti e la virtù della tenerezza per avvicinarsi ai più deboli».

A tutti Voi l’augurio cordialissimo di un lieto e santo Natale e di un felice nuovo anno, unitamente all’augurio di un lavoro soddisfacente e ricco di buoni frutti per la crescita delle comunità che siete chiamati a servire, con “coraggio e tenerezza”. E il Signore benedica tutto l’impegno profuso per coloro che vi sono affidati.

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† Gianfranco Agostino Gardin

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