Incidente mortale nel 2005, sparite nel nulla le foto dello schianto

Richiesta presentata dai famigliari alla Procura di Treviso. Intercettazione ambientale nella sede della polstrada trevigiana: «Le foto del guidatore c’erano, sono state distrutte per far spazio in armadio»

Mattia Tindaci (foto pubblicata per gentile concessione della famiglia, diritti riservati, vietata la riproduzione)

È una vicenda giudiziaria che dura da quasi 14 anni e si trascina il dolore di due famiglie padovane. Da una parte i genitori di Mattia Tindaci, dall’altra quella di Nicola e Vittorio De Leo. I ragazzi, tutti tra i 17 e i 19 anni, sono morti tragicamente la notte del 5 aprile 2005 a Riese Pio X, a Treviso. L’auto in cui si trovavano insieme ad altri due amici si schiantò contro un albero: Mattia, Vittorio e Nicola morirono sul colpo. Rimasero feriti altri due amici che si trovavano in auto con loro: Francesca Volpe, proprietaria della macchina e unica maggiorenne con la patente, e Alessandro Faltinelli. Nel corso del procedimento penale Francesca, figlia di un magistrato veneziano, disse che alla guida dell’auto quella sera c’era Mattia, che aveva da poco preso il foglio rosa. Il procedimento penale si è concluso con un patteggiamento per Francesca, ma alla fine il pm non ha definito chi si trovasse alla guida.

La partita si è spostata quindi in ambito civile dove si stanno discutendo i risarcimenti con le assicurazioni. Ed è in questo contesto che la famiglia Tindaci, rappresentata dai legali Vieri e Francesca Tolomei, si è decisa a dimostrare come le dichiarazioni riportate dai testimoni siano smentite dalle perizie, e come non si possa dire con alcuna certezza che Mattia fosse alla guida dell’auto quella notte.Il primo ordine di fattori portato all’attenzione del giudice civile dell’Appello, che a breve si esprimerà sui risarcimenti, è che il test del dna rintracciato sulla cintura di sicurezza dell’automobilista sia incompatibile con quello di Mattia. Il secondo punto su cui preme la famiglia riguarda un mistero, ossia le fotografie dell’incidente, che sarebbero scomparse. La notizia è apparsa nei giorni scorsi sul Corriere del Veneto, che spiega l’origine del giallo. La notte dell’incidente sul luogo della tragedia arriva la polizia stradale di Treviso che, come prevede la legge, prima di estrarre i corpi dall’abitacolo fa una serie di fotografie. L’obiettivo è cristallizzare la scena per dar modo ai giudici e alle assicurazioni di stabilire con esattezza colpe e responsabilità.

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Quelle foto sono incomplete, perché mancano quelle che ritraggono il guidatore. I Tindaci si rivolgono alla Procura di Treviso chiedendo che indaghi sulla misteriosa sparizione di documenti così importanti per ristabilire la verità. La Procura non rintraccia alcun reato, pertanto il pm chiede l’archiviazione. Ed è qui che arriva il colpo di scena, nel documento con cui l’avvocato della famiglia chiede l’opposizione all’archiviazione allega anche un audio registrato dal papà di Mattia nella sede della polizia stradale, in cui si sente un agente dire: «Le foto del guidatore c’erano, sono state distrutte per far spazio in armadio». Una giustificazione inaccettabile per i Tindaci, che chiedono con coraggio nuovi accertamenti.

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