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Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

Il Ministro delle Minoranze del Pakistan in visita agli universitari di Treviso

A ideare il convegno, che si è tenuto nell'aula magna della sede universitaria del San Leonardo nella giornata di mercoledì, è stata la Fuci di Treviso

TREVISO In Pakistan la legge contro la blasfemia è un retaggio coloniale: gli inglesi puntavano così ad eliminare sul nascere le frizioni fra le comunità religiose della grande India. Quella legge, che per molto tempo restò viva solo nei codici e di cui non si è mai avvertita nel quotidiano la necessità, a partire dagli anni ’80 diviene il grimaldello di un fondamentalismo crescente in una società che cambia. Le norme passano per l’interpretazione di chi le applica e si giunge a definire potenzialmente blasfemo qualsiasi comportamento non conforme alla legge coranica. Il germe dell’intolleranza cresce, si diffonde e miete vittime: oggi un attentato ogni tre giorni è la normalità.  In questa polveriera, per amore del suo Paese un uomo, un cristiano, ministro dell’Armonia Nazionale si schiera perché in uno stato in cui l’islam è abbracciato dal 95% dei suoi cittadini, induisti, cristiani, buddhisti, possano professare la loro fede liberamente e possano vedere le loro istanze rappresentate in parlamento. Pagherà l’impegno per la liberazione di Asia Bibi, tuttora detenuta per il suo credo, con la sua stessa vita. Il suo nome è Shahbaz Bhatti. Suo fratello Paul, successore di Shahbaz al dicastero e nella battaglia per i diritti della sua gente è stato accolto mercoledì a Treviso, presso l’aula magna della sede universitaria, in occasione della conferenza organizzata dagli studenti cattolici della F.U.C.I. in collaborazione con la Cappellania Universitaria dal titolo “Challanges to living together with diversity” e moderata dal prof. Andrea Pin, docente di diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Padova, alla presenza di don Stefano Didoné, assistente dell’associazione e cappellano universitario.

«Io cercai di convincere mio fratello a venire in Italia e lui mi riferì che non poteva lasciare questa battaglia perché l’aveva promesso a molte persone. Inoltre mi invitò a seguirlo in Pakistan. Gli risposi che mi stava proponendo di lasciare il Paradiso per scendere all’Inferno. Mi rispose che la strada per il Paradiso passa per il Pakistan. Milioni di persone, di tutte le religioni, venute per i funerali di mio fratello, vedevano in lui una speranza. Erano rimasti orfani. E guardavano a me. […] Non sono stato capace di chiudere un occhio e andare avanti come se nulla fosse accaduto», ha raccontato Paul Bhatti, oggi medico a Morgano ma politicamente ancora attivo mediante la All Pakistan Minorities Alliance, associazione a difesa della libertà religiosa che raccoglie le maggiori confessioni presenti nel Paese asiatico. La sua famiglia, per motivi di sicurezza ha dovuto lasciare il Pakistan (è divisa fra il Veneto e il Canada). Minacciato di morte dai talebani, qui è relativamente al sicuro: è consapevole dei rischi che comporta l’esposizione mediatica su temi tanto delicati, ma è determinato a portare a compimento il sogno di Shahbaz, il sogno di uomini e donne che chiedono solo di poter professare il proprio credo senza vivere nella paura. 

La testimonianza del ministro rispetto all’operato suo e del fratello si è intrecciata con riflessioni in ordine ai recenti attentati a Bruxelles e a Lhaore, ennesima strage, quest’ultima, di una serie di cui non si vede la fine e per la quale il relatore invita a ragionare sulle cause che hanno condotto a questa degenerazione: «In medicina per curare un male occorre prima diagnosticarlo e così pure nella realtà. Le cause sono diverse: prima di tutto la massiccia educazione alla violenza che viene portata avanti in molte scuole religiose islamiche: adesso abbiamo milioni di soggetti che sono disposti ad uccidere o morire per questa ideologia (non per una fede, ma per una ideologia) e che considerano male tutto ciò che non si adegua ad essa”. In merito alla lotta contro il sedicente Stato Islamico, denuncia: «Attualmente è certo che circa quaranta Paesi finanziano l’ISIS. In passato tra questi vi sono stati anche alcuni Paesi occidentali. Gli episodi terroristici in Europa non sono atti improvvisati: esiste una regia ed una preparazione. È per noi fondamentale conoscere quali stati finanziano le operazioni terroristiche e le scuole dove si insegna l’ideologia fondamentalista. In Pakistan un genitore, spesso analfabeta, manda a scuola il proprio figlio perché possa costruirsi un futuro e invece lì non di rado il bambino viene indottrinato da estremisti. Molte scuole sono state chiuse perché celavano laboratori di produzione di esplosivi». «Tutelare la libertà religiosa», conclude Bhatti, che con la Diocesi di Treviso è impegnato in un progetto che vede il nostro territorio in prima linea con assegnazione di borse di studio e assistenza legale ai cristiani perseguitati, «È difendere la dignità dell’uomo stesso: ogni uomo deve essere libero di professare la propria fede».

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