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Venerdì, 23 Febbraio 2024
Cronaca

Minorenni violentate dall'amico di famiglia, i genitori accusati di "incuria"

Un comune dell'hinterland trevigiano è lo scenario di questa storia paradossale: prima incriminati e poi scagionati dalle dichiarazioni di una delle figlie, madre e padre non vedono le bambine, che attualmente sono in comunità, da almeno 5 mesi

«Ci hanno abusate». Ma il nome dell'uomo che avrebbe violentato due bambine minorenni in un comune dell'hinterland trevigiano non venne fuori. Così, presa conoscenza del terribile episodio (che sarebbe avvenuto circa due anni fa) la scuola frequentata dalle due piccole fa una segnalazione alla Procura. Comincia così l'odissea di una coppia di italiani che non vede le proprie figlie, che si trovano in comunità, da almeno 5 mesi. Il motivo? Scagionati dalle infamanti accuse che gli erano state rivolte in un primo tempo, i due sarebbero invece colpevoli, secondo il Tribunale dei Minori di Venezia, di "incuria" in quanto avrebbe lasciato le due bimbe in balia del loro aguzzino.

La vicenda risale a circa due anni fa. A seguito di una relazione che l'istituto scolastico fa alla Procura scatta l'indagine che, in una prima fase, si concentra a sorpresa sui due genitori. Le minori finiscono, a seguito di un provvedimento dei giudici minorili, in una casa famiglia della Pedemontana ma conservano la possibilità di tornare a casa a vedere mamma e papà nei fine settimana. L'inchiesta però prende da lì a poco strada diversa: cadono infatti le accuse sul padre e la madre, tanto più che la ragazzina che aveva raccontato delle violenze subite da lei e la sorella fa una confidenza ad una amichetta conosciuta nella casa protetta. E questa volta fa il nome dell' "orco":  è il vicino di casa, sposato, padre degli amichetti con cui spesso si trovava a giocare. 

A quel punto però il Tribunale di Minori prende una decisione a sopresa: revoca infatti la possibilità che le bambine vedano i genitori, sostenendo che da parte della famiglia vi sarebbe stata "incuria" nei loro confronti, lasciando che finissero preda del pedofilo. La storia è emersa oggi, 9 febbraio,  nel corso del processo in cui un 50enne, è accusato di aver abusato di altre due minorenni, che al tempo dei fatti (accaduti tra il mese di aprile e il giugno del 2020) avevano sette e dieci anni. Ad inizio udienza, rimandata al 9 marzo per indisponibilità dell'avvocato difensore, accompagnati dal loro legale, l'avvocato Giovanni Bonotto, si sono presentati però anche i genitori delle due piccole finite in comunità.

«Abbiamo saputo per caso dell'udienza - spiega Bonotto - e siamo venuti subito. Nome e cognome dell'uomo coincidono con quelli fatti dalla bambina, che è stata sentita insieme alla sorella il 25 gennaio scorso in incidente probatorio. Le cose non stanno come sostenuto dal Tribunale dei Minori: quel violentatore non è una persona che "passava di là" e a cui la famiglia dava la possibilità di frequentare le figlie ma un predatore che si insinua nella vita delle persone giocando sul fatto di essere un buon conoscente se non proprio un amico. Ed infatti era il vicino di casa. Abbiamo mandato copia degli atti relativi all'incidente probatorio e anche del procedimento sfociato nel processo di oggi ai giudici minorili, che spero possano prendere una decisione più ponderata già nelle prossime settimane».

Per quanto riguarda il processo odierno, secondo quanto appurato dalla Procura di Treviso il 50enne, che ha lasciato il lavoro appena avrebbe annusato i guai trasferendosi con la famiglia dai suoceri in Sardegna, sarebbe stato il collega di lavoro di uno dei genitori delle bambine abusate e un amico di famiglia dell'altra coppia. Nel corso di svariate frequentazioni delle due case si sarebbero verificati gli episodi incriminati: palpeggiamenti delle parti intime, esibizionismo, baci e altre proposte a sfondo sessuale. Tutto approfittando della fiducia dei genitori delle presunte vittime. Ma a giugno, le due bambine, che tra di loro non si conoscono, decidono di parlare con i rispettivi genitori e raccontano le particolari attenzioni morbose di quello che, per tutti, era soltanto un buon amico di famiglia.  

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