Le fanno mangiare solo gli avanzi, marito e cognata a processo per maltrattamenti

Vittima una donna marocchina 35enne di Montebelluna. I parenti di lui l'avevano ridotta in una condizione di sostanziale schiavitù

Marito e cognata a processo per maltrattamenti su una 35enne

Un marito geloso e fanatico e i familiari di lui sadici, al punto che le facevano mangiare il cibo avanzato oppure gli scarti. Murata viva in casa, al punto di tentare il suicidio, la donna - che è una nordafricana di 35 anni - è riuscita alla fine con la complicità di una vicina di casa a mettersi in contatto con i familiari residenti in Marocco, trovando rifugio in un struttura di accoglienza per donne maltrattate della provincia di Treviso. Alla fine finiscono a processo in due, il marito e la sorella di lui, entrambi con l'accusa di maltrattamenti familiari.

La vicenda, che accade a Montebelluna, dura fino al novembre del 2017. Il sogno di una vita migliore della 35enne si infrange contro la barriera delle ferree regole a cui la costringeva il marito 38enne. Sbarcata nel nostro Paese ben presto viene privata da lui e dalla sua famiglia delle più elementari libertà: innanzitutto le sarebbe stato impedito di avere contatti con la famiglia rimasta in Marocco, soprattutto con i genitori. Le viene tolto il telefono cellulare ed è impossibilitata ad utilizzare gli altri cellulari in uso ai familiari del marito. La vita della donna presto si riduce a contatti solo con i parenti di lui dato che non le è permesso di vedere altre persone né di uscire se non accompagnata dall'uomo ma soprattutto le viene impedito di integrarsi nel contesto sociale in cui si trova e persino di esprimere liberamente le proprie idee. Il tutto sotto la minaccia di portarle via la figlia minorenne qualora si fosse ribellata.

A rendere ancora più avvilente l'esistenza le veniva dato da mangiare solo quello che la famiglia scartava o peggio avanzava e veniva costretta a consumare questi pasti da sola, chiusa nella propria stanza. Un «regime di vita avvilente», come la definisce la Procura, a cui la donna decide di porre fino all'inizio del 2017 con un tentativo di suicidio fortunatamente non riuscito.

Poi la svolta: all'inizio dell'autunno dello stesso anno riesce a contattare una vicina di casa e a spiegarle la drammatica situazione che sta vivendo e con l'aiuto di questa contatta uno zio che vive in Italia. La notizia arriva ben presto ai genitori e grazie all'intervento della famiglia la donna e la figlia piccola scappano da quell'orrore e denunciano l'uomo e la donna responsabili dell'inferno che hanno vissuto. 
Moglie e marito si sono nel frattempo separati e lei, che è senza lavoro, è rimasta ospite della struttura rifugio che l'ha accolta.

La storia ha però un altro strascico giudiziario. Il marito, difeso a processo dall'avvocato Enrico De Stefano, l'ha infatti denunciata per sottrazione di minore; quando lei ha lasciato la casa coniugale si sarebbe infatti rifiutata di fargli vedere la figlioletta per paura che l'uomo la tenesse con sé. Il procedimento per questi fatti si celebrerà, sempre a Treviso, a partire dal prossimo marzo.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Remo Sernagiotto ricoverato al Ca' Foncello: «Condizioni disperate»

  • Zaia, nuova ordinanza: «Capienza ridotta in negozi e centri commerciali»

  • Guida Michelin 2021: i ristoranti stellati nel trevigiano

  • Covid, nuova ordinanza di Zaia: «Riapriamo i negozi di medie e grandi dimensioni al sabato»

  • Una settimana di agonia dopo il malore, morto Remo Sernagiotto

  • A Monastier il primo punto tamponi privato: «Accesso senza prenotazione»

Torna su
TrevisoToday è in caricamento