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Cronaca Oderzo

Si da fuoco perchè senza Green Pass, la Procura apre una inchiesta

Nadeem Faraz, pakistano di 37 anni, aveva tentato il suicidio lo scorso febbraio al di fuori del locale in cui lavorarava come cuoco. L'ipotesi di reato, per ora a carico di ignoti, su cui starebbero lavorando i magistrati trevigiani sarebbe abuso in atti d'ufficio. Già sentite alcune persone che sarebbero informate sui fatti

La Procura della Repubblica di Treviso ha deciso di aprire un fascicolo sul tentato suicidio di Nadeem Faraz, cittadino pakistano di 37 anni che nel febbraio scorso si è dato fuoco quando i carabinieri di Oderzo gli avevano fatto visita, nel locale in cui lavorava come cuoco, per notificargli una seconda multa di 420 euro perché sarebbe stato al lavoro privo di green pass. L'ipotesi di reato (per ora a carico di ignoti) su cui starebbero lavorando i magistrati trevigiani, e per cui sono già state sentite persone che sarebbero informate sui fatti, sarebbe abuso in atti d'ufficio.

Quella sera Faraz invece di mostrare il documento cartaceo che testimoniava l'avvenuta inoculazione del vaccino, fatta però nel suo domicilio, si è cosparso di liquido infiammabile e poi ha acceso la fiamme. Ricoverato presso l'ospedale veronese di Borgo Trento, ha il 60% del corpo ricoperto da ustioni di primo grado, viene tutt'oggi mantenuto sedato e respira con la tracheotomia, intervento grazie al quale è stato possibile rimuovergli le apparecchiature per la ventilazione forzata. I sanitari sono comunque scettici su una prognosi benigna, tanto da aver indicato per il 37enne una aspettativa di vita breve.

Nadeem era scappato da casa, dove sarebbe stato coinvolto in una faida familiare con un altro clan. Giunto in Europa nel 2014 era originariamente sbarcato in Grecia, dove però venne arrestato per la cessione dei 4 grammi di hashish, fatto per cui era finito sotto processo. L’avvocato greco gli aveva detto che, nelle more del giudizio, poteva lasciare il paese. I giudici ellenici ci andarono pesanti e lo condannarono in contumacia ad una pena di 8 anni, sentenza che adesso è passata in giudicato e contro cui, inutilmente, ha fatto ricorso il suo legale, l'avvocato Katia Meda. Il 37enne aveva alle spalle anche un altro precedente, risalente al 2015 e questa volta in Italia, per traffico di migranti. «Mi hanno incastrato» si era però giustificato.

Circa un anno fa Faraz giunge a Oderzo, dove vive uno zio. Sfrutta la legislazione italiana, che lo mette nelle condizioni di trovarsi un lavoro che lo mantenga e viene così assunto dal parente che di professione fa il «kebbabaro». Il 37enne è il cuoco e si occupa dei conti, tanto che senza di lui il «K2 Kebab» non esisterebbe. Cerca di ottenere un permesso di soggiorno, ma per lui la strada è decisamente in salita. "Almeno datemi un medico, ne hanno diritto anche gli immigrati irregolari", dice al proprio avvocato. "Abbiamo battagliato — spiega l’avvocato Meda — nei meandri della burocrazia fino a quando siamo riusciti a garantirgli l’assistenza sanitaria. Era contentissimo, finalmente nella sua vita c’era uno spiraglio di normalità. L’unico problema era rappresentato dal tampone e dai tempi di inoculazione del vaccino, ma nessuno di noi pensava che sarebbe finita così".

Per settimane invece era rimasto impossibilitato a fare un tampone perché i carabinieri, che avrebbero dovuto controllare il suo rispetto dell’obbligo di dimora cui era sottoposto, prima gli avevano detto che poteva recarsi alla farmacia, che si trova poco distante dal locale pubblico dove era impiegato, poi avevano invece dato parere negativo.
 

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