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Pensione più alta? Meglio cassa integrazione che lavorare

E' la storia di un 55enne: stipendio medio, disponibile a trovarsi un altro lavoro, ma ai fini pensionistici gli conviene rimanere disoccupato

Tagli, spending review, sacrifici. Ma chi, over 50, è disposto a continuare a lavorare, anche con un salario più basso, piuttosto che andare in mobilità, viene “premiato” dall’Inps con una pensione più bassa. Ha dell’incredibile il caso giunto sul tavolo degli uffici Cisl di Treviso in questi giorni. La storia è quella di un lavoratore di 55 anni che opera in un’azienda che ha deciso di ridurre il personale, facendo ricorso all’uso degli ammortizzatori sociali. Si tratta di un dipendente con uno stipendio attorno ai 45.000 euro annui, al quale è stato proposto di usufruire di un anno di Cassa Integrazione Straordinaria a partire dal 1° gennaio 2014 e, a seguire, di tre anni di mobilità. Alla fine gli resterebbero due anni di lavoro per raggiungere l’età pensionabile.

COPPIA SUICIDA: PAURA DI PERDERE LA PENSIONE

Il lavoratore in questione però ha dichiarato di essere disponibile a trovarsi un altro lavoro, anche con una riduzione consistente del salario, chiedendo tuttavia informazioni su quale sarebbe stato - in tale eventualità - il suo futuro pensionistico. “E qui c’è da saltare sulla sedia, commenta il segretario generale della Cisl Belluno Treviso Franco Lorenzon.

IL SEGRETARIO LORENZON

Infatti, se il lavoratore accettasse la mobilità, gli verrebbero riconosciuti a carico dell’Inps tre anni di contributi rapportati allo stipendio di 45.000 euro, oltre all’importo delle indennità di mobilità. Gli rimarrebbero ai fini pensionistici da coprire gli ultimi due anni, che sarebbero poco influenti (essendo solo due anni) sull’importo della sua futura pensione anche in caso di stipendio basso, potendo comunque contare sulla possibilità di versare dei contributi volontari. Viceversa, se trovasse un altro lavoro subito dopo l’iscrizione alle liste di mobilità, con uno stipendio di 25/30.000 euro, l’interessato si vedrebbe riconosciuto un importo contributivo ragguagliato a tale stipendio, cosa che ridurrebbe di circa 150/200 euro la sua futura pensione mensile, dal momento che interessa gli ultimi 6 anni di vita lavorativa.

“Nella pratica – spiega Lorenzon – regole assurde impongono all’Inps di pagare quattro anni di ammortizzatori sociali, riconoscendo i contributi ed erogando una pensione più alta, piuttosto che premiare un cittadino disposto a lavorare con uno stipendio più basso, a pagare le tasse e i contributi. Tradotto in cifre: meglio spendere qualcosa come 135.000 euro in ammortizzatori sociali piuttosto che integrare la contribuzione per un totale di 45.000 euro. Viviamo purtroppo in un Paese che annega nella palude della burocrazia, che non premia le scelte virtuose del singolo cittadino ma asseconda, con i suoi apparati, l’attuale livello di diffusa irresponsabilità”.

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